Ucraina, parla Toni Capuozzo: “Posta in gioco e rischi per l’Italia”

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La crisi Ucraina-Russia può essere vicina a una svolta: Putin e Biden “hanno accettato in linea di massima” di incontrarsi in un vertice su richiesta del presidente francese Macron. Il summit, fa sapere l’Eliseo in veste di mediatore, “si terrà a patto che la Russia non invada l’Ucraina” e sarà poi esteso a “tutte le parti in causa”. Ci sarà o no la guerra? La domanda che si pongono tutti è questa. Lo abbiamo chiesto al giornalista, scrittore e blogger Toni Capuozzo, esperto di scenari geopolitici e che ha seguito come inviato di Mediaset molti conflitti degli ultimi trent’anni.

Ci sarà o no la guerra in Ucraina?

“Vede, noi abbiamo della guerra l’idea che ci è stata insegnata a scuola sui libri di storia con il primo colpo di cannone sparato e i carri armati in movimento, che ad una certa data danno inizio ufficialmente alle operazioni belliche. In realtà in Ucraina il conflitto è già in corso da tempo, esattamente dal 2014, è iniziato con i separatisti del Donbass e il governo di Kiev. Si è trattato di un conflitto a bassa intensità, con un ‘cessate il fuoco’ violato da ambo le parti in momenti diversi. Un conflitto tutto sommato provinciale che improvvisamente è diventato un palcoscenico mondiale, con lo schieramento di truppe russe da un lato, e dall’altro con la Casa Bianca che annuncia continuamente un imminente attacco. Il tutto coinvolgendo la Nato e i Paesi europei”

Un conflitto sotto traccia insomma?

“Il conflitto è già in atto nel momento stesso in cui si ammassano truppe, si fanno esercitazioni militari, si rilasciano certe notizie, si fanno trapelare informazioni dei servizi segreti come sta facendo l’amministrazione americana. Diciamo che è in atto una partita a scacchi al momento incruenta, nonostante le vittime che già si contano. Ma la guerra c’è soprattutto a livello di informazione, di propaganda, di notizie. Per non parlare della guerra economica e commerciale, con gli interessi in ballo nel mercato energetico. L’Europa, non dimentichiamo, dipende per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, mentre gli Stati Uniti sono concorrenti rispetto a Mosca in quanto venditori di gas alla stessa Europa”.

Cosa rischiamo qualora il conflitto dovesse estendersi su vasta scala?

“Le conseguenze le stiamo già vedendo con gli aumenti delle bollette energetiche per le famiglie e soprattutto per le imprese. Sono una conseguenza diretta della situazione conflittuale creatasi ai confini dell’Ucraina”.

Pensa che l’Italia faccia bene a seguire gli Stati Uniti o farebbe meglio a mantenersi defilata per non compromettere i suoi interessi economici e commerciali con la Russia?

“Quando si sta dentro un’alleanza i patti vanno sempre rispettati, quindi l’Italia non può mancare all’impegno con la Nato. Ciò premesso è però arrivato il momento di interrogarsi e riflettere sull’Alleanza Atlantica che era nata per contrastare il Patto di Varsavia e ha svolto la funzione di ombrello protettivo durante gli anni della guerra fredda e fino alla caduta del Muro di Berlino. Oggi la Nato è nei fatti in uno stato di forte crisi identitaria perché di fatto obbliga i Paesi europei a sottostare all’egemonia americana nel momento in cui questa si è molto indebolita come dimostra la vicenda afghana. In più è venuto meno il nemico storico, ovvero l’Unione Sovietica, e oggi l’unico pericolo reale che potrebbe arrivare sul piano internazionale proviene da Pechino, non certo da Mosca. L’Italia quindi deve rispettare i patti, ma al tempo stesso deve interrogarsi con il resto dei Paesi europei sull’appartenza alla Nato e soprattutto spingere l’acceleratore sulla costruzione di una difesa comune europea che sia espressione degli interessi geopolitici della Ue. In questo momento una guerra con la Russia è l’ultima cosa di cui l’Europa avrebbe bisogno. L’Unione Europea può e deve svolgere un importante lavoro diplomatico per stabilizzare l’Ucraina, ma senza pretendere che entri nella Nato dando alla Russia la sensazione di essere accerchiata e creando le condizioni per una nuova guerra fredda che non risponde ai nostri interessi. Non soltanto nel campo energetico, ma anche in quello politico e direi esistenziale stesso della Ue”.

Ma i media ci stanno raccontando la verità sul conflitto, oppure i fatti sono manipolati dalla propaganda?

“In guerra la prima vittima è la verità e i media sono tirati per la giacchetta, da una parte come dall’altra. Credo che la Casa Bianca stia investendo molto sulla propaganda, al punto da aver annunciato l’invasione dell’Ucraina per il 16 febbraio con i tg che parlavano espressamente di ora x. Non è invece accaduto nulla, anche se Biden continua a ripetere che l’invasione ci sarà. Questo naturalmente crea un clima di tensione in tutte le capitali europee e nella stessa Ucraina, dove il governo negli ultimi giorni è spesso intervenuto frenando gli annunci americani e smentendo l’invasione”.

La situazione in Donbass quanto potrebbe aggravarsi e degenerare?

“Sono stato in Ucraina molti anni fa. Credo che debba sempre valere il principio dell’autodeterminazione dei popoli. Esistono gli strumenti democratici per regolamentare certe situazioni, attraverso il ricorso alle elezioni e ai referendum, ed esistono anche le istituzioni internazionali capaci di vigilare sul corretto svolgimento di questi processi democratici. Se non è possibile mantenere l’Ucraina unita e al tempo stesso non è possibile concedere autonomia a quelle identità che ancora si sentono legate alla Russia, allora meglio ricorrere alle cosiddette ‘separazioni dolci’. L’ideale in certi casi sarebbe seguire il modello italiano per ciò che concerne ad esempio l’Alto Adige, dove l’autonomismo ha permesso di placare una situazione che poteva diventare potenzialmente esplosiva. Se non è possibile applicare lo stesso modello in Ucraina, allora varrebbe tentare la strada cecoslovacca, quella appunto di una separazione consensuale, che ha portato alla nascita della Repubblica Ceca e della Slovacchia. Una separazione che fu definita di velluto proprio perché avvenuta senza colpo ferire. Se non è possibile una convivenza nella stessa casa, ci si può separare senza farsi necessariamente del male”.

 

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