Emergenza guerra. Il decreto-Ucraina nasconde il lockdown energetico

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Non c’è due senza tre. Avevamo appena esultato per la fine dell’emergenza, una postura politica e istituzionale inaccettabile, unici in Europa a limitare e comprimere senza ragione le libertà costituzionali, che ecco ne arriva un’altra. Ogni occasione è buona per costruire un direttorio di fatto, con decreti legge che continuano e continueranno, sine die, a scavalcare parlamento e democrazia rappresentativa. Finora è stata la pandemia, ora la guerra, domani sarà la crisi energetica, dopodomani la crisi ambientale.

D’altra parte per Draghi è normale. Lui è un uomo di banca, di numeri dall’alto, di lobby, non di polis.
Ma quello che più sconcerta è l’unanimità cieca, opportunista, emotiva, infantile di una classe politica da destra a sinistra, mediocre, allineata, che non capisce o non vuole capire (la maggioranza di governo), che oscilla tra la malafede e la pavidità. Sempre per raccogliere quel po’ di consenso che le resta, tanto è commissariata, le elezioni rischiano di essere inutili e gli italiani se ne sono accorti, visto che uno su due non vota.

Dunque, sulla carta questo nuovo stato emergenziale, dicono i suoi estensori, non dovrebbe toccare i cittadini. Il provvedimento (“decreto-Ucraina”), approvato ieri, si sviluppa in più direzioni. La prima, militare: prevede un intervento di soldati (sul fronte orientale della Nato), per garantire sostegno e assistenza al popolo ucraino, attraverso anche la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità governative dello Stato invaso da Putin.

Il secondo, in ambito energetico. Se fosse necessario ridurre i consumi di gas delle centrali elettriche – si legge in una nota di Palazzo Chigi – scatterebbe la «massimizzazione della produzione da altre fonti», fermo restando «il contributo delle energie rinnovabili». La riduzione del consumo di gas potrebbe interessare le centrali elettriche, ma anche il settore termoelettrico che rappresenta una delle principali componenti della domanda media giornaliera di gas.

Per rendere concretamente operative le misure, si affida una serie di compiti a Terna, gestore della rete, come ha ulteriormente chiarito il presidente del Consiglio Draghi, che di fatto ha smentito la sua Green Economy: «Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone per colmare eventuali mancanze nell’immediato».
Quindi, lo stato emergenziale per la pandemia dovrebbe comunque scadere il 31 marzo, questo di ieri, durerà tre mesi. E se la guerra dovesse proseguire? Sarebbe come il Covid.

Quello che si coglie tra le righe è ormai una triste e tetra realtà. La massimizzazione della produzione da altre fonti, nasconde una possibilità non proprio piacevole: il razionamento dei consumi (il ministro Cingolani è da settimane che lo evoca). Il ritorno ad un altro lockdown: il blackout dell’energia. E’ un’ipotesi così remota?

Anche qui partirebbe la narrazione ufficiale, la stessa che ha caratterizzato la campagna etico-sanitaria vaccinista: i buoni contro i cattivi, gli amici contro i nemici, il bene contro il male (i sì vax contro i no vax), i cittadini legalitari, seri, civili contro gli incivili che in questo caso vogliono sprecare energia, non risparmiare, attaccati a un’idea sbagliata di consumo (ricorderebbe un po’ il mantra della decrescita felice). E questi cittadini sarebbero, come saranno certamente, additati a pubblico ludibrio, in quanto poco ecologisti, sobri, poco sensibili di fronte ai problemi economici del paese e al dramma dell’Ucraina.
Se tale scenario lo colleghiamo al recente inserimento nella Costituzione (articolo 9 e 41, il primato dell’ambiente che vincola ogni altro diritto), il dato è tratto.
Stessa ideologia, stessi nemici, stesso risultato pratico. Dalle guardie sanitarie passeremo alle guardie verdi, col pretesto della guerra. E l’appuntamento con la libertà rimandato. A piacimento del governo.

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