8 marzo, Bruzzone: “Dati scoraggianti sulle donne. Dalle ucraine una grande lezione”

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“Nel quadriennio 2018-2021 si è registrato un calo dei femminicidi, ma un aumento dei cosiddetti reati-spia: stalking, maltrattamenti e violenze sessuali”. E’ quanto riporta l’Ansa che spiega: “E’ quanto emerge – fa sapere il Dipartimento della Pubblica sicurezza – da un’analisi realizzata in occasione della Festa della donna dal Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale. Gli omicidi volontari di donne nel 2021 sono stati 119, con una flessione del 16% rispetto al 2018, quando erano stati 141, ma una tendenza in crescita rispetto al 2020 (117) e 2019 (109). Rispetto al 2018, i dati dello scorso anno indicano invece un aumento dei reati di stalking (+18%), maltrattamenti contro familiari e conviventi (+30%) e violenza sessuale (2%).  Ne abbiamo parlato con la criminologa Roberta Bruzzone.

I femminicidi sono calati ma in compenso sono aumentate le violenze sessuali e i maltrattamenti in famiglia. Una magra consolazione o una vittoria di Pirro?

“Parlerei di vittoria di Pirro. Il dato sul calo dei femminicidi è comunque abbastanza ridotto, quindi i numeri non mi sembrano poi eccessivamente diversi dal passato. Non mi pare ci sia molto da festeggiare, anzi, perché a questo si deve aggiungere un aumento dei reati spia. Il che vuol dire che la situazione è tutt’altro che sotto controllo. Il bilancio continua ad essere negativo ed inaccettabile”.

Cosa manca ancora per invertire questa tendenza?

“La vera battaglia è sul piano culturale ed educativo. E’ per questo che la stiamo perdendo significativamente. I modelli educativi, culturali e valoriali nel nostro Paese sono assolutamente disfunzionali”.

Da parte delle donne c’è una maggiore predisposizione a denunciare le violenze, oppure è ancora molto radicata la volontà di nascondere tutto, non far sapere, tenersi tutto dentro, negare anche l’evidenza e difendere il marito o il compagno violento?

“Purtroppo ancora esiste questa condizione. Soltanto due casi su dieci arrivano all’autorità giudiziaria. Un dato pressoché stabile negli ultimi trent’anni. Quindi è ovvio che ci sono ancora tantissime donne che preferiscono non denunciare”.

In compenso però sembra esserci un’attenzione maggiore da parte delle forze dell’ordine, un tempo molto meno attente a certi tipi di reati che si consumano fra le mura domestiche quando si limitavano a mettere pace. Oggi possiamo dire che è molto più efficace l’azione di prevenzione e tutela delle vittime?

“Sicuramente si riscontra una maggiore competenza da parte dei reparti specializzati, quelli cioè che all’interno delle Questure e dei reparti dei Carabinieri operano soprattutto nelle grandi città. Purtroppo nelle zone più limitrofe e periferiche temo manchi ancora la stessa preparazione ed efficienza. Recarsi a sporgere denuncia in una grande Questura come quella di Roma o di Milano dove c’è personale qualificato è un conto, farlo in un commissariato di quartiere o in un presidio locale dei Carabinieri è un altro, proprio perché nelle piccole realtà non si riscontra spesso la giusta professionalità. Questo può fare la differenza rispetto al modo di affrontare certe situazione. Dal mio osservatorio posso dire che così stanno le cose”.

Ha parlato di battaglia culturale ed educativa. A chi spetta farla?

“Tocca in primo luogo alle famiglie che possono essere supportate dalla scuola e da altre agenzie educative. Il ruolo più importante devono svolgerlo i genitori, perché è nella famiglia che si formano gli stereotipi di genere, è qui che si creano i modelli disfunzionali, è qui che vanno raddrizzate le storture. Serve un grande lavoro di recupero che non sempre sortisce gli effetti sperati, ma non è certo a scuola che si impara ad amare gli altri in modo sano. Questo lo si impara in famiglia”.

Come vede la situazione fra i giovani?

“Pessima direi. Siamo tornati indietro di cinquant’anni proprio perché a livello educativo e culturale si fa poco o niente, o in alcuni casi si alimentano proprio certi stereotipi del passato. Non è un caso se sempre più spesso le violenze contro le donne hanno per protagonisti soggetti molto giovani”

A chi si sente di dedicare questo 8 marzo?

“Alle donne e ai bambini ucraini. Purtroppo il mondo di oggi non ha imparato nulla dal passato”.

Mentre in Italia continuiamo ad assistere ad episodi di inaudita violenza, l’ultimo in ordine di tempo l’omicidio di Anna Borsa da parte dell’ex, vediamo alla tv le donne ucraine piangere e disperarsi perché costrette a separarsi dai mariti. Cosa pensare di fronte a scene del genere che sembrano davvero rappresentare una grande contraddizione?

“Le donne ucraine piangono e si disperano perché devono lasciare le loro case, i loro affetti e tutta la loro vita per scappare dalle bombe. Penso sia riduttivo dire che sono disperate perché devono separarsi dai mariti. Non soltanto si stanno separando da loro, ma è molto concreto il rischio di non vedere mai più la propria casa e i propri affetti. La situazione dell’Ucraina è assolutamente straordinaria visto che nessuno si aspettava una escalation violenta di questo tipo. Ma non metterei in paragone il dolore di queste donne con i casi di violenza che ci sono da noi”.

Certo, ma è per dire che mentre da noi le donne sono spesso costrette a fuggire dai mariti perché violenti, lì invece è la guerra a separare le famiglie, donne e uomini, genitori e figli che vorrebbero restare uniti.

“Sono però situazioni diverse, a mio giudizio non può esserci paragone. Lì ci sono donne, mogli, madri, figlie, sorelle che devono fuggire da una guerra e perdere tutto ciò che hanno. Mi sembra che le donne, insieme ai loro bambini, sono quelle che stanno soffrendo di più”.

Cosa ammira di più delle donne ucraine?

“Sono la testimonianza vivente che questo mondo non sa imparare dal passato. Ammiro soprattutto la dignità, il coraggio e la forza con cui stanno affrontando questa tragedia. Disperate sì, ma straordinariamente forti e coraggiose”.

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