Ucraina. Dopo la guerra militare la guerra energetica. Dal sindacato una ricetta per noi

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Tra le tante notizie negative, come solo una guerra può dare, sembra che ce ne sia una leggermente positiva. Ovviamente con tanti se e ma (nel momento in cui Zelensky si dice pronto a non capitolare, ma a negoziare la cessione della Crimea e del Donbass, o una soluzione modello-Tirolo).

Notizia che ha a che fare con una guerra che seguirà senz’altro quella militare che ha già causato tanti, troppi morti innocenti, dall’una (i civili ucraini) e all’altra parte (i militari russi spediti al fronte).
Stiamo parlando della guerra energetica.

Il presidente Usa Biden, in una conferenza stampa, ha fatto sapere che alle sanzioni già comminate ne seguiranno altre più dure. Ci chiediamo di che si tratti, visto che le attuali non hanno scalfito molto il monolite russo e semmai i danni si vedranno successivamente. La perdita del rublo, della borsa e il mancato gasdotto con l’Europa sono stati prontamente rimpiazzati con misure che hanno contenuto il blocco occidentale (evidentemente Putin era preparato, era una mossa che si aspettava) e col nuovo futuro gasdotto russo-cinese.
Biden sa benissimo che il vero interlocutore di Putin è lui, visto che questa guerra per gli Usa è a costo zero, si gioca in Europa e hanno già le alternative per approvvigionarci di gas e altro, facendosi pagare, ad esempio, le navi che vengono dal Kuwait e dal Qatar. Altro che Turchia, Israele e Macron: ambasciatori deboli, con poco potere. Sono tutti attori secondari. Solo il tavolo Usa-Russia potrà fermare l’invasione dell’Ucraina.

Secondo i media locali Biden annuncerà lo stop alle importazioni di greggio russo, senza la partecipazione degli alleati europei, che sul tema sono naturalmente più prudenti e strategici.
Dall’Estonia, il suo segretario di Stato, Antony Blinken, ha detto che l’invasione dell’Ucraina costituisce anche “un’opportunità, non solo significativa ma imperativa, per molti paesi in Europa, di liberarsi dalla dipendenza dall’energia russa”, perché Mosca “usa l’energia come un’arma”.

Ma gli Usa non hanno finora considerato e gestito l’energia come un’arma? E’ noto che con l’economia comprano da sempre i popoli (non dimentichiamo che il Fmi ha erogato 18 milioni di dollari chiedendo in cambio le privatizzazioni e lo spostamento dall’area di influenza russa a quella occidentale, Nato compresa).
Si è visto nel passato pure da noi in Italia, cosa succede quando uno Stato sovrano tenta di affrancarsi dall’egemonia Usa circa l’uso delle fonti energetiche (caso Mattei, Craxi, Berlusconi con Putin e Gheddafi).

Una prima bozza della dichiarazione che chiuderà il vertice Ue di Versailles, giovedì e venerdì prossimo, fisserà, infatti, come obiettivo “l’eliminazione della dipendenza da petrolio, gas e carbone importati dalla Russia”, e sul tavolo ci sarà anche l’uso di eurobond per le spese energetiche.
Il vicepremier russo Aleksandr Novak ha già avvertito che in caso di un embargo petrolifero “abbiamo tutto il diritto di prendere una decisione corrispondente e imporre un embargo sul pompaggio di gas attraverso il gasdotto Nord Stream 1”, tagliando così l’approvvigionamento dell’Europa. Gli ha risposto il vicecancelliere tedesco, Robert Habeck, secondo il quale “se Putin taglia la consegna di fonti energetiche, la Germania è preparata”. “Le minacce sono qualcosa che possiamo tollerare”. Si annunciano tempi bui.

Ma l’Italia è preparata? Secondo il segretario generale della Flaei-Cisl Amedeo Testa, no. Per il sindacato dei lavoratori delle aziende elettriche italiane “se siamo arrivati a questo punto è colpa di politici, che si sono dimostrati più attenti al consenso elettorale che alle esigenze tecniche; dei movimenti ecologisti, capaci di dire solo dei no; ma anche dei manager delle aziende, rei di aver gettato fumo negli occhi, propinando un futuro green quando non ce ne erano le premesse, perché “tecnicamente non è ancora possibile abbandonare i combustibili fossili”. Quindi? “La verità è che siamo tutti abituati ad immaginare un futuro basato sulle fonti di energia rinnovabile, ma per i prossimi 20 o 30 anni, servirà ancora il gas e dovremmo purtroppo tornare ad utilizzare il carbone. La decarbonizzazione avverrà in tempi più lunghi rispetto a quanto dicono in molti”.

Un atto di accusa specifico, molto di più di una semplice protesta, ma anche un invito concreto per avviare una nuova strategia energetica “plurale” e di buon senso, come risposta sia a progetti avveniristici che di fronte alla guerra in atto sono diventati utopistici, sia alle astrazioni ideologiche che impediscono un’analisi vera della realtà, sia un modo per fronteggiare l’emergenza in modo razionale.
Sperando che il premier Draghi ascolti la voce di un sindacato non sulla difensiva, ma d’attacco.

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