Ucraina. Una guerra nella guerra: spariscono gli Stati e tornano gli imperi

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La guerra in Ucraina non è solo una guerra militare, fisica, che ci ha fatto ritornare al ‘900, ma anche una guerra economica, energetica, che avrà sicuri riflessi (con l’obbligo veloce di mutare scelte) nel processo di modernizzazione europea, pensato e avviato dai Recovery (e da questo punto di vista, a Draghi e a Bruxelles si sono rovinati i piani); una guerra cibernetica (lo stiamo vedendo, ad esempio, con i servizi dedicati ad Anonimus), e gradualmente, una guerra alimentare (per gli effetti sul commercio, l’aumento dei prezzi e delle bollette), e geopolitica, destinata a rivoluzionare gli attuali assetti internazionali.

Non una nuova guerra fredda, ma lo sconvolgimento del quadro statuale politico, così come ereditato dai due conflitti mondiali e che grazie alle organizzazioni mondiali e ai super-Stati (la Ue), ha garantito stabilità e pace tra i popoli.
Si tratta del tramonto degli Stati nazionali, del diritto che li garantiva, e del ritorno degli imperi e della loro vocazione egemonica. Esattamente come prima del 1918.

Da una parte, l’impero euro-asiatico (l’asse Russia-Cina), rinsaldato dagli ultimi avvenimenti, che con l’invasione dell’Ucraina ha stabilito un pericoloso precedente, e cioè che si possono violare le sovranità nazionali, nel nome di un’ortodossia e di un’omogeneità storica, etnica, culturale, linguistica (le ragioni che hanno addotto Putin a occupare la nazione), considerando secondaria e marginale la legittimità democratica (il voto).
E’ ovvio che se passa questo principio, la Cina, specularmente, si annetterà anche Taiwan.

Putin, l’ha fatto capire chiaramente, annunciando la sua “operazione speciale”: il disegno ipernazionalista di Mosca non è soltanto riprendersi i paesi dell’ex patto di -Varsavia, ma pure estendersi verso la penisola balcanica, diventando così, un diretto competitor della Turchia (l’ex impero ottomano). Una sorta di mix tra sogno comunista e sogno zarista.

Dall’altra, l’impero occidentale a guida Usa. Che non ha bisogno di annettersi gli Stati militarmente, lo fa strutturalmente a livello economico e finanziario. E con la collaborazione degli stessi europei, che necessitano di aiuti e sostegni, cedendo in cambio pezzi di sovranità politica, economica, monetaria etc.
Una tecnica che funziona dal piano Marshall in poi. Una recentissima prova? I 18 miliardi di dollari erogati (si legga prestati) all’Ucraina dal Fmi col vincolo di procedere alle privatizzazioni (si legga svendita dell’economia nazionale), e alla occidentalizzazione democratica (si legga leggi laiciste, come l’introduzione dell’aborto, la mistica dei diritti civili, i matrimoni egualitari etc).
Un impero, a guida Usa, morbido con gli alleati mansueti, che bastona quando gli alleati alzano o rialzano la testa: lo abbiamo sperimentato noi italiani, quando con la Dc, il Psi, con Craxi, Berlusconi sul piano politico e con Olivetti o Mattei, sul piano economico, abbiamo tentato una via indipendente nelle relazioni internazionali, oppure una via autonoma di approvvigionamento delle fonti energetiche.

Un impero molto cambiato rispetto alla stessa guerra fredda. Non più il custode dei valori identitari dei popoli, della libertà, ma un coacervo di interessi economici, in mano a caste tecnocratiche che stanno commissariando progressivamente la democrazia (le elezioni sempre più rare, o comunque, la politica messa a lato, i parlamenti bypassati ed emarginati dagli esecutivi, col pretesto delle emergenze, sanitarie, ambientali, economiche, belliche etc). Una tecnocrazia che ha nel laicismo il proprio collante culturale.

E paradossalmente, si assiste all’eterogenesi dei fini: Putin che dice di rappresentare quei valori identitari (le tradizioni storiche, culturali e religiose dei popoli europei) che l’Occidente ha smarrito e tradito.
Non sappiamo come finirà il conflitto in Ucraina, ma siamo certi che nulla sarà come prima. Vinceranno tutti, ma perderanno tutti. A cominciare dalla vera democrazia.

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