Zelensky. Il suo discorso tra le righe e la resistenza del partito “putiniano”

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Da Bruxelles a New York, da Londra a Roma. Le parole e le immagini che il presidente dell’Ucraina usa, sono da fiction.

Se non fosse che lui è l’aggredito, Putin l’aggressore, parleremo di caso di scuola. Tutti sanno, infatti, che le sue comparsate mediatiche nei parlamenti d’Europa, con relativa obbligata, enfatica ed emotiva standing ovation sono preparate dallo stesso staff del suo famoso programma virtuale “Servire il popolo” (quello che lo ha portato alla notorietà); staff che lui ha associato alla presidenza della Repubblica.

Lo scopo della comunicazione di Zelensky è ovviamente mitizzare la resistenza del suo popolo contro l’invasione russa, chiedere le armi (per la pace), i sostegni ai profughi, le derrate alimentari e farci di fatto entrare in guerra. “Perché i valori per cui si combatte nella sua patria sono gli stessi dell’Occidente”. Quell’Occidente che lo ha comprato economicamente, finanziariamente (i 18 milioni di dollari del Fmi per avvicinarsi alla Nato e per avviare le privatizzazioni), e culturalmente (la laicizzazione). Su questa lunghezza d’onda la classica frase simbolica, pronunciata nel discorso video di ieri a Montecitorio: “Immaginate Genova come Mariupol. I bambini uccisi sono 117”. Un accostamento studiato a tavolino per colpire la coscienza e la memoria collettiva italiana.

Cui ovviamente ha risposto il premier Draghi: “La vostra resistenza è eroica. L’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea”. Ad ascoltarlo, oltre ai deputati e ai senatori, appunto il presidente del Consiglio Mario Draghi, la presidente del Senato Elisabetta Casellati, il presidente della Camera Roberto Fico e l’ambasciatore ucraino Yaroslav Melnyk.

Un altro colpo a effetto di Zelensky, il riferimento a papa Francesco: “Oggi ho parlato col Pontefice e lui ha detto parole importanti: capisco che volete la pace, capisco che volete difendere la vostra Patria, e io ho risposto: il nostro popolo è diventato il nostro esercito”. Peccato che stiamo parlando di quello stesso papa, reo di non aver pronunciato un’eccessiva condanna nei confronti di Putin (il suo nome l’ha detto solo una volta), e per questo lapidato dal pensiero unico.
Tracotanza eroica a parte, tra le righe, il presidente dell’Ucraina sta ammettendo la verità: “Parlo da Kiev, dalla nostra capitale, importante come Roma per tutto il mondo, noi stiamo al limite della sopravvivenza”. Lui sa benissimo che, malgrado la propaganda occidentale, Putin non sta operando massicciamente.

La strategia a tenaglia non è frutto della gloriosa resistenza ucraina, ma della strategia scientifica di Mosca: soffocarlo lentamente. Lui vuole ricostruire l’Ucraina, ma è consapevole che niente sarà come prima e dovrà cedere a Putin il Donbass, l’accesso al mare, la Crimea e le repubbliche russofone. Nonché smilitarizzarsi e dichiarare ufficialmente la sua neutralità (altro che entrare nella Nato, al massimo a Bruxelles).

Interessante la composizione geografica dei parlamentari assensi oggi al comizio di Zelensky. Dietro le presenze retoriche e formali di tanti smemorati e opportunisti, coerenti con le loro passate posizioni parecchi dissidenti. Alcuni hanno deciso di disertare l’appuntamento o perché in polemica aperta con l’iniziativa, o per marcare un distinguo personale rispetto alla posizione sulla guerra presa dall’Italia. I parlamentari di Alternativa, gruppo nato dai fuoriusciti del Movimento 5 Stelle, non hanno partecipato alla seduta, definita “una forzatura” e “un’operazione di marketing”. “Essere solidali” nei confronti dell’Ucraina “non significa dover assecondare una propaganda mirata ad alzare il tiro su richieste incessanti di interventi bellici come la no fly zone o l’invio di truppe che comporterebbero per l’Italia e l’Europa l’ingresso ufficiale in un conflitto mondiale”, la loro posizione. E ancora: Bianca Laura Granato (Misto) ha disertato il discorso di Zelensky, sostenendo che sarebbe stato necessario far intervenire anche Vladimir Putin.

Nella galassia degli ex pentastellati le assenze non si fermano qui. Il senatore Nicola Morra, ha spiegato che è stato “fuori per lavoro”. Emanuele Dessì, ora nel Partito Comunista, ha disertato il collegamento, come pure ha fatto Gianluigi Paragone, che ha fondato Italexit. Assente, come detto, anche Bianca Laura Granato (Misto), finita nell’occhio del ciclone per aver sostenuto la necessità di far intervenire in collegamento con il Parlamento italiano anche Vladimir Putin.
Alla Camera è diversificata la posizione di Facciamo-Eco che ha lasciato agli iscritti la facoltà di decidere in autonomia. Andrea Cecconi, per esempio, ha deciso di non andare in Aula. Del Movimento 5 Stelle non c’erano la deputata Enrica Segneri, Davide Serritella (“per altri impegni fissati da tempo”), e Vincenzo Presutto. Quest’ultimo ha spiegato di essere “favorevole” all’intervento di Zelensky, ma di non poter partecipare per questioni organizzative. “Bene ascoltare Zelensky, ma bisogna sempre esercitare, a livello internazionale, una pressione costante per una soluzione”, la posizione del leader Giuseppe Conte. Della Lega, presente in blocco insieme al leader Matteo Salvini, assente il senatore Simone Pillon: è in missione a Londra ma ha espresso anche “forti perplessità” sull’evento. In Forza Italia sono stati dati come assenti Veronica Giannone e Matteo Dall’Osso: “Posizioni personali”, commentano dal gruppo.
Questo a dimostrare che se il “partito putinano”, prima della guerra era fortemente trasversale (ha riguardato tutti i leader dei principali partiti), oggi continua ad essere presente.

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