Noi – permetterci l’immodestia, perché ogni tanto a rileggersi si scopre di averci azzeccato – avevamo scritto già lo scorso 7 settembre che la Merkel lasciava alla Germania e all’intera Europa un’eredità avvelenata, fatta di dipendenza dal dittatore russo e totale indifferenza alle necessità di difesa comune del continente. Adesso sembrano essersene accorti, bontà loro, pure i tedeschi, che si ritrovano costretti da Biden e dagli alleati UE a staccare la spina al gasdotto Nordstream II (voluto dalla cancelliera all’indomani dell’invasione della Crimea da parte di Putin) senza poter contare sull’energia nucleare (abbandonata perché era evidentemente meglio puntare su una risorsa energetica inquinante e comprata a caro prezzo da un dittatore che non ha mai nascosto le sue mire espansioniste sui territori ex sovietici). Proprio Nordstream II, se vogliamo, rappresenta il punto di svolta definitivo, oltre che la macchia indelebile nella carriera della Merkel. Dimostrando a Putin che la maggiore potenza europea – quella che a Bruxelles ha sempre dato le carte – era disposta non solo a proseguire ma addirittura a rafforzare la partnership economica con un paese che si era appena macchiato del crimine di averne invaso un altro, ha convinto lo zar che gli europei erano una potenza di carta, disposta a qualunque compromesso pur di guadagnare o risparmiare qualche euro, e che non avrebbero mai avuto la forza di fronteggiarlo seriamente. Viene quasi da pensare che se davvero voleva agire indisturbato anche stavolta Putin avrebbe dovuto anticipare l’invasione dell’Ucraina di un anno, quando ancora poteva contare sulla leadership debole e militarmente nulla della Merkel.
La quale, giova ricordarlo, non ha fatto altro che agire coerentemente con la sua storia; quella di una donna nata e cresciuta nello stesso mondo di Putin. È una tedesca dell’Est che parla correntemente il russo imparato a scuola ed è stata coinvolta nei movimenti della gioventù socialista della DDR, tanto che della DDR fu la portavoce nell’ultimo governo prima della riunificazione con l’Ovest. E non si può non notare che fu lei a rifiutare categoricamente un aumento dei contributi del bilancio Nato, cui pure la Germania era tenuta, lasciando il suo paese pericolosamente alla mercé di paesi più militarizzati.
Sotto il suo lungo, troppo lungo cancellierato – solo i dittatori come Putin e Lukashenko sono rimasti al potere più a lungo di lei nel terzo millennio – l’avvicinamento al regime russo è stato continuo e costante, nonostante l’ex spia del KGB non abbia fatto nulla per nascondere la sua totale indifferenza nei confronti dei basilari principi democratici, sia all’interno che all’esterno del suo Paese. D’altra parte la Merkel non si è mai fatta scrupolo a creare relazioni speciali con regimi tutt’altro che democratici; negli anni della crisi del debito sovrano di alcuni paesi europei aveva cominciato a guardare alla Cina come futuro mercato di sbocco delle merci tedesche, nel caso quello UE si fosse impoverito troppo per le esigenze di export della Germania. Ma certe amicizie, alla fine, chiedono di pagare il conto in maniere inaccettabili per una democrazia.



