Azzurri sconfitti. Il virus del calcio italiano e il debito di riconoscenza di Mancini

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Una delle ultime dichiarazioni di Mancini sulla possibilità di arrivare ai mondiali in Qatar era che sicuramente ce l’avremmo fatta e che addirittura avremmo vinto.

In tali affermazioni (poi ovviamente ridimensionate alla vigilia di Italia-Macedonia del Nord, con frasi, tipo partita difficile, niente nervosismi se il gol non arriva subito), tutta l’isteria infantile del giornalismo calcistico, più tifoso che sportivo, e l’ottimismo obbligato, aziendalista, da format, del commissario tecnico, costretto a esporsi emotivamente, lasciando sempre di lato la normale prudenza.

Ma la realtà è stata più dura dell’enfasi infantile e della prudenza. Un’ennesima Corea.
Ci sono tante ragioni che spiegano una disfatta come questa. Da un lato, il Dna del calcio italiano, che resta inesorabilmente “passivo”. Si adatta agli schemi degli avversari e come da nostra storia, di popolo eternamente aggredito, surclassato da invasori più forti, va a cuccia, ma riesce anche a vincere (i campionati mondiali ed europei), trionfando contro tutto e contro tutti, un attimo prima di finire nel baratro. Quando fa appello all’ultima risorsa, all’ultima riserva. Quando la squadra sembra di sgarrupati, sfigati, disperati, o campioni non amalgamati, e invece…. primeggia come è successo spesso. Si chiama “sindrome della trincea”. Votati alla morte, usciamo dalla nicchia e sorprendiamo gli altri.

Un tempo nel nome del catenaccio, del contropiede. Con Mancini, dopo la disfatta di Ventura, sembrava, al contrario, che avessimo felicemente cominciato ad esprimere un nostro gioco “attivo”, offensivo, basato su triangolazioni e penetrazioni efficaci, cambi di gioco e giro di palla continuo.
Ma dopo la vittoria azzurra agli europei, lentamente questo tesoretto si è dissolto. Quando gli azzurri sono chiamati a ribadire la supremazia, a confermare l’autorità, si sbracano, si sbriciolano, si smarriscono. Sembra una maledizione; sembrano improvvisamente rintronati (sindrome da appagamento?), e perdono, perdono.

Poi, c’è un altro aspetto, meno genetico, che spiega la mancata qualificazione ai prossimi mondiali.
Mancini, come ogni allenatore che vince, ha dimostrato di avere un debito di riconoscenza con i “nonni” della squadra che hanno tirato le fila della compagine. Anche se spremuti, non in forma, li ha schierati anche giovedì scorso.
Contro la Macedonia è stata una farsa: ripetuti tiri sulle gambe-birillo dei difensori, erroracci, occasioni sprecate, scarsa lucidità, idee confuse.
Ma se proprio il tema era la riconoscenza per il gruppo vincente, un’analisi approfondita di come fosse stata e fosse arrivata la vittoria nel corso delle varie partite agli europei, Mancini l’avrebbe dovuta fare. Abbiamo giocato bene, imponendo il nostro gioco solo nelle prime due partite (contro la Turchia e la Svizzera, poi dal Galles, all’Austria, al Belgio fino alla Spagna, tutta un’involuzione, baciati spesso dalla fortuna); e comunque hanno segnato i centrocampisti (Locatelli, Barella), giocatori non di prima scelta e subentrati dopo (Pessina), addirittura terzini (Bonucci nella finale), Poi, qualche colpetto di Insigne, e santo Chiesa a rompere gli equilibri, con invenzioni e sorprese. Qualcuno ricorda i primi tempi, senza tirare mai in porta? Ma soltanto uno snervante lento fraseggio di piccoli passaggi?

Il nostro attacco? Non pervenuto. Sul banco degli imputati, Immobile che a differenza di quando gioca nella Lazio, con la nazionale involve.
Il nostro centrocampo? Con due piccoletti simili, equivalenti, che non marcano e se non sono in vena, addormentano il gioco in modo disarmante e insolente (la mistica dell’orizzontalità) e vengono ripetutamente saltati da centrocampisti più di peso. Verratti e Jorginho hanno bisogno di un incontrista che li supporti, per potersi esprimere al meglio. E non possono giocare insieme.

Ora vedremo ancora una volta il campionato del mondo di calcio senza azzurri. Per Mancini la sconfitta è umiliante. Ma se va via, la Federazione andrà smantellata. Non c’è una politica seria e una programmazione volta a valorizzare la nazionale. Troppi interessi e soldi ruotano intorno al campionato nazionale, alle coppe. E poi, i campionati doppioni, più virtuali e commerciali che sportivi (la National League), stanno uccidendo il calcio. Prima o poi qualcuno dovrà capirlo. Il limone non si può spremere all’infinito.

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