Draghi-Putin. Una telefonata inutile. L’Italia non ha più voce in capitolo

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Le agenzie italiche hanno battuto il senso e il non senso di una telefonata inutile. Quella tra il nostro premier Draghi e il “mostro” Putin.

E cosa hanno battuto di tanto sorprendente ed esclusivo? “Presidente le parlo di pace”. Ma nessuno sa cosa si siano detti realmente. Che vuol dire, poi, parlare di pace? La pace non è una parola, non è ideologia, come amano i nostri pacifisti in parlamento e non, pacifisti a costo zero (logorroici e attivi con i nemici e molto silenti con gli amici); ma sono fatti.
E l’Italia, come al solito, gioca a fare l’equilibrista, la democristiana, la badogliana, nel tentativo di galleggiare tra una storica sovranità limitata (si legga vassallaggio verso gli Usa), l’inutilità strategica e l’illusione di contare qualcosa in Europa.

E quali sono i fatti italiani? Come detto, parliamo di pace e mandiamo armi all’Ucraina, auspichiamo una maggiore autonomia da Bruxelles e ne temiamo gli effetti. Cassiamo la parola patria dal lessico culturale ufficiale e esaltiamo il supremo sacrificio patriottico degli ucraini.
E guarda caso ieri, l’esecutivo “dei migliori”, ha messo la fiducia sul decreto-Ucraina, che contempla l’aumento degli armamenti. Per evitare una crisi di governo, a causa delle posizioni grilline, Palazzo Chigi ha rattoppato il comma del provvedimento, con la solita soluzione all’amatriciana.

Gli aumenti saranno graduali: l’incremento arriverà al 2% solo nel 2024. Contenti tutti, scontenti tutti?
Fa sorridere il colpo di genio di Draghi e la finta di Conte, che pure lui, si è aggiunto alla consuetudine italiana; quella di proclamare violente battaglie virtuali (stile Salvini), ma nello stesso tempo, cedere di fatto, cercando di salvare capra e cavoli. Capra, l’orgoglio e la tenuta interna del suo partito, e cavoli, la continuità dell’esecutivo (la poltronite).
Per il resto, Draghi ha chiesto a Putin “la de-escalation”. Con le armi? Con che ruolo, quale prestigio, con quale autorevolezza, e soprattutto da quale pulpito?

Forse Draghi ignora che ormai noi siamo una nazione cobelligerante e quindi, non abbiamo voce in capitolo. Non possiamo essere mediatori, arbitri.
Anche perché lo stesso Putin ha detto chiaramente che chi ha comminato le sanzioni contro la Russia, “pagherà duramente”.
Sarà divertente, inoltre, vedere come si risolverà la questione-rubli per pagare le commesse di gas (altro argomento trattato dai due, sempre secondo le agenzie).
E’ noto che la guerra ha rotto le uova nel paniere a Draghi, che marciava spedito verso la “società-Recovery”, la Green-Economy.
E da oggi i paesi fornitori di energia “sporca” (carbone, petrolio, gas), come Russia, Cina, India che, nel nome del mito delle fonti rinnovabili, sarebbero stati fatti fuori dall’impostazione di Bruxelles (di cui Draghi era ed è garante), hanno frenato il progetto.

C’è una cosa da aggiungere: sono tutti in guerra e si parlano? E’ vero che la diplomazia ha una sua strada parallela rispetto ai fatti bellici e militari. Ma col “mostro” si parla? Allora, non è un mostro, non è un pazzo. Fa parte della comunicazione, della propaganda.
Il tema è che se confondiamo i piani, tutto diventa virtuale e fazioso. Pure le cronache che quotidianamente riempiono i nostri tg e i titoli dei giornali.
Quanto durerà la furbizia tricolore di stare con i piedi in due staffe? Tradotto, le armi “pacifiste” e le sanzioni che non devono farci male?

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