650 milioni per finanziare gli incentivi, ma il futuro dell’auto non è in Italia

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Non deve essere facile trovarsi, da ministro, di fronte a una platea di industriali inferociti, convinti che il proprio settore sia stato maltrattato da governo e istituzioni e ormai pronti a tutto pur di strappare un po’ di soldi pubblici per tiare avanti. È quello che è successo a Giancarlo Giorgetti la scorsa settimana, durante un incontro alla Fiera sulla mobilità innovativa. Non sapendo che pesci prendere il leghista si era lanciato contro i colleghi di governo: “Il ministero dello Sviluppo economico – aveva spiegato – già da due settimane ha mandato la propria proposta alla condivisione degli altri ministri che devono dare il concerto perché devono essere d’accordo i ministeri dell’Economia e della Mobilità sostenibile. Purtroppo questi concerti non sono ancora arrivati”. Lo scaricabarile su Daniele Franco e Stefano Cingolani, per quanto non elegantissimo, ha avuto l’effetto sperato.

Il giorno dopo i tre ministri hanno raggiunto un accordo, decidendo di destinare 650 milioni l’anno per tre anni per finanziare incentivi all’acquisto di automobili elettriche, ibride o a motore termico a basse emissioni. Non una somma enorme ma comunque una boccata d’ossigeno per un settore in enorme difficoltà, che a marzo ha venduto il 25% dei veicoli in meno rispetto al 2021, che pure era stato un anno tutt’altro che entusiasmante.

Le imprese del settore riunite nell’Anfia (l’associazione che unisce i partecipanti alla filiera automobilistica italiana) e ovviamente Stellantis (nella quale da qualche parte c’è ancora un po’ di Fiat) si sono dette soddisfatte del regalino, ma dietro le dichiarazioni di facciata si capisce che le preoccupazioni rimangono. Questi due miliardi scarsi consentono di tirare un po’ il fiato per quanto riguarda le vendite, ma sono poco più che aspirine per un settore, quello dell’automotive, che è il grande malato dell’industria italiana su un altro versante, quello della produzione.

Anche se a noi italiani, perennemente orfani del miracolo economico, non piace ricordarlo ormai il nostro è un paese tutto sommato di secondaria importanza per quanto riguarda i volumi di produzione: i veicoli prodotti sono poco più di 400mila e rappresentano solo il 3,9% del totale europeo, meno persino di paesi come la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Romania. Esatto;  costruiamo meno auto della Slovacchia, un paese che conta meno di 6 milioni di abitanti.

La Spagna, che pure non può contare da tempo su un marchio autoctono (la Seat è stata acquistata dalla Volkswagen negli anni ‘90), realizza ben 1,7 milioni di automobili l’anno, ed è seconda solo alla Germania. In Italia ormai realizziamo solo componentistica, che va ad alimentare soprattutto le linee di assemblaggio tedesche, ma il settore è ormai completamente fuori dal nostro controllo. L’approccio italiano, che parte dal fondo della filiera, ovvero dell’acquisto del prodotto in concessionaria, è del tutto fallace e neanche questo esecutivo sembra averlo capito. Le buone notizie non sono gli incentivi – che comunque sono destinata in massima parte ad auto troppo costose per la maggioranza degli italiani – ma l’apertura di nuovi stabilimenti, come la maxi fabbrica di batterie di Stellantis che aprirà a Termoli. È su questo genere di accordi che Giorgetti farà bene a concentrarsi, con o senza l’appoggio di Franco.

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