La critica scomoda di Zuppi contro le armi e le colpe della guerra

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Se la critica di papa Francesco sull’invio delle armi all’Ucraina non fosse stata abbastanza chiara, ecco che a rincarare la dose ci ha pensato l’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi da più parti indicato come possibile presidente della Cei al posto del dimissionario cardinale Bassetti.

Zuppi ha rilasciato un’intervista a Repubblica in cui parla della guerra in Ucraina; un osservatorio privilegiato il suo, visto che proviene dalla Comunità di Sant’Egidio di cui è stato assistente ecclesiastico generale, ed insieme ad Andrea Riccardi nel 1990 ha negoziato con successo la pace nel Mozambico lacerato da una sanguinosa guerra civile.

Zuppi sul conflitto in atto, sposa pienamente la posizione di papa Francesco: “‘L’indicazione del Papa è molto chiara, è un appello alla responsabilità e all’essere cristiani. Bisogna sostenerlo con forza e convinzione. Occorre un vero negoziato, che non c’è, come ha saggiamente detto, senza qualche sacrificio, compromesso e qualche passo indietro per il bene della gente, per fermare il conflitto. Si può forse discutere se la Russia avesse qualche ragione, ma ora le ha perse tutte perché è un massacro e basta: bombardare gli ospedali, colpire i civili non ha giustificazioni”.

Dunque anche l’arcivescovo di Bologna, come già il pontefice, punta chiaramente il dito contro Mosca, anche se da più parti si continua ad accusare il Vaticano di essere troppo equidistante e di non mostrarsi abbastanza vicino e solidale con il governo ucraino; allo stesso modo di come sembrerebbe a chi lo critica poco lontano da Putin.

Ma è sulla questione dell’invio delle armi all’Ucraina che Zuppi manifesta tutto il suo disappunto, e lo fa proprio perché l’Italia è fra i paesi che hanno scelto questa strada: “‘Le armi condizionano sempre. Ma la guerra, anche se vinta, è sempre una sconfitta. Per tutti. C’è un problema puntuale che riguarda l’Ucraina che si riassume nel diritto alla difesa. Ma c’è anche il problema di come si risolve il conflitto. Che è il vero problema. Per farlo occorre capire la storia, le occasioni perdute, da dove viene questa violenza, come sanare le ferite di oggi. Ripartire dagli accordi di Minsk, ricostruire un clima di sofferta fiducia: è l’unico modo. O c’è solo la patologia dei torti subiti, dei patti non rispettati e quindi delle vendette, degli odi e delle nuove ferite di oggi. Dire che l’unica parte è quella della pace non significa affatto essere neutrali o mettere tutti sullo stesso piano, negare le responsabilità, non schierarsi con le vittime. Ma significa guardare oltre il presente per permettere il futuro. Occorre costruire la pace. La parola pacifista non mi piace, perché contiene l’idea che è una cosa da anime belle, buone intenzioni che si infrangono con il realismo. Il Papa chiede di farci artigiani di pace, che è il vero modo per essere realisti, dentro la storia”.

Parole ancora più dure il porporato le ha pronunciate nel corso di un incontro sulla guerra organizzato dall’Istituto Salvemini di Bologna. In quella sede ha detto: “Le Nazioni Unite sono state trattate male negli anni e oggi non contano più tanto e così contano di più quelli che hanno più soldi e più armi. Quindi invece del disarmo facciamo il riarmo, perché non c’è altra possibilità. Ed è la cosa peggiore che possiamo fare”.

Il cardinale, pur non mancando di condannare la Russia per l’aggressione all’Ucraina, sembra conoscere molto bene la situazione se arriva a parlare di torti che la Russia potrebbe aver subito e di storia da ricostruire. Perché, anche se tanti fanno finta di ignorarlo, la guerra non nasce oggi con la decisione di Putin di invadere l’Ucraina, ma purtroppo è stata preparata da anni di provocazioni anti-russe nel Donbass e dal tentativo della Nato di voler estendere i suoi confini fino alle porte di Mosca. Questo, lo ribadiamo, non giustifica in alcun modo Putin per ciò che ha fatto e sta facendo, ma ogni vicenda storica ha le sue origini e le sue cause che non possono essere ignorate o manipolate.

Ma è sull’invio degli armamenti che la Chiesa sta facendo sentire forse il suo grido, il grido di chi vede la pace andare in fumo e i negoziati al palo; perchè le armi chiamano la guerra, indipendentemente da chi le possiede. E come spiega chiaramente Zuppi, ammesso che l’Ucraina possa anche prevalere grazie all’aiuto occidentale non si tratterà mai di avere la pace.

Dopo la fine della prima guerra mondiale papa Benedetto XV fu l’unico a comprendere e a denunciare con l’enciclica Pacem Dei Munus Pulcherrimum. come la pace non sarebbe durata a lungo in virtù delle condizioni imposte dai vincitori che finivano con l’umiliare i vinti, acuendo in essi l’odio e il desiderio di rivalsa e vanificando gli sforzi per una vera riconciliazione. Visto quello che è avvenuto vent’anni dopo con la seconda guerra mondiale il papa aveva visto giusto.

E oggi la Chiesa non può non denunciare l’ipocrisia di chi in Parlamento, pur dichiarando di lavorare soltanto la pace, ha approvato la risoluzione sull’invio delle armi e l’aumento delle spese militari. Ad iniziare da quei parlamentari cattolici, e non solo, che vantano amicizia con Sant’Egidio, si dichiarano pacifisti, si riempiono la bocca dei messaggi di don Tonino Bello ma poi per esigenze politiche e di governo preferiscono mettere la propria coscienza in secondo piano. E non può esistere un pacifismo ad personam, che perde di validità se l’aggressore si chiama Putin. La pace si costruisce con la diplomazia e i negoziati, non con le armi. Ma stranamente la critica di Zuppi ha avuto una rilevanza mediatica molto modesta rispetto alla polemica con la Lega sui tortellini di pollo in occasione della Festa di San Petronio, iniziativa che l’arcivescovo promosse per favorire la partecipazione dei cittadini musulmani. Così ormai vanno le cose nel mondo dell’informazione.

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