Doppio cognome, Bruzzone: “Decisione storica, ma ho qualche dubbio”

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La Corte costituzionale ha stabilito che non si può più continuare con l’automatismo del cognome del padre ai figli. La norma è stata giudicata illegittima, «discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio». I genitori, dunque, secondo la Consulta, potranno decidere di dare al figlio uno dei due nomi o entrambi, quindi anche quello della madre. E adesso si attende che il Parlamento legiferi in materia. Ma cosa comporta questo pronunciamento? Si può parlare di svolta? Oppure come pensano molti si tratta di una novità che alla fine non interessa a nessuno, una mera questione di lana caprina? Ne abbiamo parlato con la criminologa e psicologa Roberta Bruzzone che ormai da tempo si batte per un cambiamento culturale della società ritenuta per certi versi ancora troppo patriarcale.

Si può parlare di svolta con il pronunciamento della Consulta sul doppio cognome?

“Dal punto di vista pratico mi sembra davvero fuori luogo parlare di svolta, visto che non sappiamo ancora che tipo di effetti concreti questa decisione comporterà. Se la questione la esaminiamo invece dal punto di vista culturale allora possiamo rilevare che ha la sua importanza”.

Perché?

“Perché si tratta di un segnale che va nella direzione giusta, quella cioè di superare certe anacronistiche impostazioni patriarcali. Ora però bisognerà vedere in pratica quanto questa novità contribuirà davvero ad un cambio di mentalità. Non so quanto questa opportunità sarà poi effettivamente sfruttata, quanti aderiranno alla possibilità di dare il doppio cognome ai figli. Auguriamoci che siano tanti”.

Perché è importante questo cambiamento dal punto di vista culturale?

“Perché stabilisce che il cognome è importante e che non è esclusività dei padri. Fino ad oggi non era possibile ricorrere al doppio cognome salvo casi eccezionali. O meglio, era riconosciuto il diritto della madre di assegnare il proprio cognome al figlio in abbinamento a quello paterno ma doveva essere indicato specificatamente dalla volontà dei genitori; adesso invece si potrà avere la possibilità di assegnarli entrambi, o uno soltanto, oppure unicamente quello materno. Dal punto di vista culturale si tratta di un passaggio significativo. Basti pensare che per secoli il patriarcato ha dominato la società, a tal punto che tutto ruotava intorno alla necessità di avere figli maschi per poter tenere in vita il cognome paterno. Quindi capisce bene che se la guardiamo da questa ottica la svolta c’è sicuramente. Ora sono curiosa di vedere quanto questa opportunità sarà sfruttata, per dare un segnale anche di natura concreta. Soprattutto sarà interessante capire quanti genitori assegneranno al nascituro soltanto il cognome materno”.

Ma quanto è sentita realmente questa esigenza? In fondo se ci pensiamo bene il mondo per secoli è andato avanti così, perché adesso cambiare certe consuetudini come quella appunto di assegnare il cognome paterno ai figli?

“Sicuramente non è un tema sentito in maniera particolare, non credo sinceramente che le persone ritenessero indispensabile affrontarlo. E’ però una decisione che segna un’epoca, anche se temo che certe abitudini siano molto difficili da superare. Non ho idea di quanti genitori si preoccuperanno di indicare all’anagrafe anche il cognome della madre o soltanto quello materno. Sarà dai numeri che capiremo quanto questo problema è davvero centrale. Ma ho qualche dubbio al riguardo, spero di sbagliare”.

Lei ha spesso denunciato come contro le donne sussistano pregiudizi e stereotipi patriarcali che spesso finiscono con il giustificare anche le violenze. Quindi, che tipo di messaggio può uscire da un pronunciamento come quello della Consulta?

“Il messaggio fondamentalmente è che i figli non sono soltanto dei padri, il che se permette non mi sembra poco”.

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