Guerra. Putin celebra la “sua” vittoria e Draghi va a prendere ordini da Biden

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Nell’ordine, prima il 9, poi il 10 maggio. Perché queste due date sono importanti? Per il fatto che sono legate da un filo rosso.

Oggi Putin festeggia il “Victory Day”, la sconfitta dei nazisti che, tra l’altro, avevano invaso la Russia. Lo zar, dal canto suo, deve celebrare qualcosa che non si limiti alla mera memoria storica. Ed è evidente che si dovrà attestare un’altra vittoria (o quasi): la definitiva acquisizione della Crimea, che necessita del riconoscimento internazionale, la presa totale del Donbass e il controllo del mare, togliendo lo spazio vitale a Zelensky (che al momento ha ceduto solo sulla Crimea).
Domani invece, il nostro premier comincia la sua visita negli Usa. Mentre sembra svanita la possibilità di recarsi pure a Kiev.

Ma qui urge una seconda domanda, molto più pesante e impegnativa: cosa ci va a fare Draghi da Biden, senza riferire preliminarmente al parlamento? E su ciò ha perfettamente ragione Conte. Di solito, per prassi, regola e correttezza istituzionale, un governo, quando si tratta di scelte così delicate che riguardano la sicurezza dei popoli (una guerra, un’emergenza pandemica, una crisi economica), ha il dovere di rendere partecipe il potere legislativo. E poi, dato non da poco che va sottolineato, l’attuale esecutivo non è stato scelto dai cittadini, attraverso elezioni; lo stesso presidente del consiglio non ha un suo partito, quindi, non ha la necessaria autorità per agire liberamente: la sua forza poggia sul compromesso di un anomalo e rissoso fronte trasversale, che va da destra a sinistra. Deve tenerne conto.

Parlamento ignorato? Non è una novità. In passato, alla vigilia di decisioni drastiche, in primis una guerra, Camera e Senato sono sempre stati scavalcati.
E’ infatti, proprio questo che preoccupa e allarma tutti. Draghi si è già allineato alla volontà di Biden di continuare la guerra? Lo abbiamo detto e scritto molte volte: se Putin ha causato il conflitto, Biden e Zelensky lo vogliono continuare. Per diverse ma convergenti motivazioni. Il primo vuole distruggere Putin, vuole guadagnare nello smercio e trasporto delle fonti energetiche e impedire che l’Europa possa esprimere posizioni autonome rispetto alle strategie politiche e alle sanzioni. Il secondo, difende la sua patria che ha traghettato verso l’Occidente, a danno dei russofoni del Donbass (la guerra in realtà, è partita nel 2014).

Nonostante i media di parte un po’ dovunque e il pensiero unico dominante, sembra ogni giorno più difficile negare l’ingerenza Usa nella guerra in Ucraina. Un vero percorso progressivo che è passato dalla “pace attiva” (l’invio di armi di difesa) alla pura cobelligeranza.
Senza il contributo efficace degli uomini della Cia, militari, addestratori, informatici e altri esponenti dell’intelligence, apparato scoperto dal New Jork Times, che ha costretto la Casa Bianca a usare parole molto ambigue e deboli (“agiamo in maniera limitata e legittima”), difficilmente la resistenza ucraina avrebbe retto all’urto dei russi, a cominciare dall’affondamento della Fregate Moskva e, qualche giorno fa, della Makarov.
Draghi si comporterà come ha fatto a proposito del Recovery? Comunicherà al parlamento solo dopo? Che la nostra sia una democrazia commissariata, si vede proprio da questo.

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