Morte di Ciriaco De Mita: quell’incontro con lui ad Orvieto

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Ha chiuso la sua carriera politica come sindaco del suo comune di origine, Nusco in Campania, ma un tempo quel sindaco sconosciuto totalmente alle nuove generazioni, era considerato uno dei tre uomini più potenti d’Italia. E’ morto oggi a 94 anni Ciriaco De Mita, più volte ministro e premier, che insieme a Bettino Craxi e Giulio Andreotti è stato un protagonista indiscusso della politica italiana negli anni ottanta.

Un personaggio autorevole, amato ed odiato come tutti i grandi della politica, che diversamente da tanti altri big della vecchia “Balena Bianca” è riuscito ad uscire indenne da Tangentopoli e a ritagliarsi un ruolo politico, seppur modesto, anche nella seconda repubblica.

La carriera di De Mita si sviluppa tutta in Campania, nel suo feudo, la provincia di Avellino. E’ qui che inizia la sua scalata politica come giovane leader rampante della sinistra democristiana, ed è grazie al bacino di consensi che riesce a conquistare nel Meridione, che negli anni sessanta entra in Parlamento e ottiene importanti incarichi di governo. Nel 1982 viene eletto segretario della Democrazia Cristiana con un consenso molto ampio che unisce le varie correnti decise a liberare la Dc dal dominio dei dorotei.

De Mita diventa segretario della Dc proprio negli anni del craxismo rampante, con il leader socialista in ascesa. Ricorda Paolo Cirino Pomicino: “Pur avendo un carattere spigoloso, De Mita possedeva una dimensione tale da diventare il segretario più longevo nella storia della Dc. Come leader ha gestito la perdita di sei punti alle elezioni del 1983, costruì l’alleanza che dopo la solidarietà nazionale diventò l’asse portante del governo del Paese. In questo, pur avendo il triplo dei voti, ebbe la capacità tutta politica di intuire che andava rafforzata l’alleanza di centro sinistra, offrendo a Bettino Craxi la presidenza del consiglio. In quell’occasione nacque l’alternanza tra Dc e Psi alla guida del governo e, nonostante i loro rapporti non fossero dei migliori, questo non ha mai intaccato la politica di quell’alleanza. La prova più evidente fu nell’84 sulla scala mobile: per raffreddare l’inflazione il governo la modificò, ci fu uno scontro duro con il Pci ma De Mita non esitò minimamente a spostare il partito sul governo, tanto che si andò al referendum e si vinse tra i lavoratori e nella società civile”.

Negli anni ottanta fu considerato dopo Gianni Agnelli e lo stesso Craxi l’uomo più potente d’Italia. I rapporti con il leader socialista si ruppero quando Craxi mancò di rispettare il patto della staffetta che nell’ultimo anno e mezzo di legislatura prevedeva la sostituzione con un premier Dc, fatto questo che portò alla caduta del governo, allo scioglimento delle Camere nel 1987 e al voto anticipato.

Sarà sempre De Mita a guidare i processi politici successivi a quelle elezioni, prima portando a Palazzo Chigi il fedelissimo Giovanni Goria e poi assumendo lui stesso la guida del governo nel 1988 a capo di una coalizione pentapartitica. La sua nomina a primo ministro fu funestata dall’assassinio del suo stretto collaboratore Roberto Ruffilli da parte delle Brigate Rosse. Sono rimaste memorabili le foto e le immagini tv del leader Dc in lacrime davanti alla bara dell’amico che tanto si era speso per tessere la rete delle alleanze che lo aveva portato a Palazzo Chigi.

Quando ormai era all’apice del successo, nel 1989 iniziò la fase discendente. Perse il congresso della Dc grazie ad un’alleanza fra forze centriste che elessero alla segreteria Arnaldo Forlani, e perse anche il governo dopo che Craxi-Andreotti e Forlani formarono il cosiddetto CAF che portò alla sostituzione di De Mita con il “divo Giulio”.

Nonostante ciò, come detto, è rimasto l’unico leader della Dc che ha potuto costruirsi un futuro anche dopo Tangentopoli, dalle cui inchieste fu soltanto sfiorato senza alcuna conseguenza, militando prima nel Partito Popolare, poi nella Margherita, infine nel Pd, nell’Udc e nel movimento L’Italia è Popolare.

E’ rimasto sempre nell’orbita del centrosinistra e contro il centrodestra berlusconiano. Di Berlusconi fu fiero avversario sin dai tempi della Mammì, quando fece dimettere i ministri della sinistra in polemica con la legge che consacrava il duopolio televisivo Rai-Fininvest. Fu invece in ottimi rapporti con il grande nemico del Cavaliere, l’ingegner  Carlo De Benedetti e questo fatto gli procurò le simpatie di Eugenio Scalfari che lo sostenne convintamente in opposizione a Craxi e Andreotti.

Come detto uscì indenne da Tangentopoli, ma fu oggetto di numerose inchieste giornalistiche per i fondi della ricostruzione post-terremoto in Irpinia, con accuse dirette tanto a lui che ad esponenti politici campani della sua corrente, anche se nessuna responsabilità giudiziaria fu mai accertata nei suoi confronti.

Fu lui ad indicare Romano Prodi come presidente dell’Iri e a lanciare in politica l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nominandolo commissario del partito in Sicilia per fare piazza pulita dei fedelissimi di Vito Ciancimino.

Ho di De Mita un ricordo personale. Era il mese di ottobre del 2006. All’epoca lavoravo nella redazione di Nuovo Viterbo Oggi, giornale appartenente alla galassia del gruppo Ciarrapico. L’editore voleva che fosse seguito il convegno che si teneva ad Orvieto per discutere della costituzione del Partito Democratico all’epoca ancora in fasce. Poiché Viterbo era la redazione del gruppo più vicina fui inviato io a seguire i lavori. C’erano Prodi, D’Alema, Veltroni, Fassino, Franceschini, Amato, Rutelli, i ministri dell’allora governo Prodi, le telecamere di Rai, Mediaset, la7, giornalisti arrivati da ogni dove.

Ad un certo punto durante una pausa dei lavori, nel piazzale antistante la sala della riunione dove era stato allestito un punto stampa con maxischermo, ecco materializzarsi De Mita in disparte, in un angolo a scrutare il cellulare. Nessuno sembrava accorgersi di lui, tutti presi ad inseguire i segretari dei partiti e i ministri. Mi avvicinai a lui e lo salutai chiedendogli se mi concedeva una battuta. Mi chiese chi fossi e per chi lavorassi. Fu molto gentile e disponibile, pur avendo appreso che lavoravo per una testata locale, e dopo avermi detto come la pensava, mi congedò dicendo: “La ringrazio per essersi accorto di me”. Capì chiaramente da quelle parole quanto in cuor suo si sentisse a disagio per non essere tenuto in alcuna considerazione, lui che era stato uno degli uomini più potenti d’Italia e aveva creato gran parte dei personaggi che in quel momento erano inseguiti da telecamere e taccuini.

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