Concessioni balneari, l’accordo c’è ma non piace a nessuno

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Accordo raggiunto nella maggioranza sul nodo delle concessioni balneari, tassello fondamentale per approvare il Ddl Concorrenza che lunedì approderà in Senato.  Le nuove regole prevedono che dal primo gennaio 2024 le concessioni dovranno essere assegnate attraverso delle gare come stabiliscono le direttive europee e come ha stabilito il Consiglio di Stato con una recente sentenza.

Il centrodestra aveva puntato i piedi chiedendo di inserire nei bandi di gara dei diritti di prelazione per i gestori che nel corso degli anni hanno fatto investimenti significativi sulle spiagge, e di prevedere degli indennizzi per quelli che perderanno le concessioni da cui ricavano l’unica o la principale fonte di reddito.

Il premier Draghi nei giorni scorsi era intervenuto duramente minacciando il ricorso al voto di fiducia ed entrando in rotta di collisione tanto con la Lega che con Forza Italia decisi a non cedere almeno sulla questione degli indennizzi. Ebbene, ieri è stato raggiunto un accordo nella maggioranza che consentirà l’approvazione del Ddl tanto al Senato che alla Camera.

Il concessionario subentrante dovrà riconoscere al concessionario uscente un indennizzo da quantificare sulla base di criteri uniformi da stabilire in un successivo decreto legislativo rivolto a definire le regole per le nuove gare. Inoltre è stata riconosciuta ai Comuni la possibilità di ottenere deroghe tecniche di un anno, fino al termine del 2024, per la chiusura delle gare rispetto al termine del 2023 indicato dal Consiglio di Stato.

A sentire i partiti della maggioranza l’intesa sembrerebbe soddisfare tutti. Il centrodestra si dice soddisfatto per aver ottenuto la modifica dell’emendamento che inseriva il tema delle concessioni balneari nel Ddl Concorrenza.  La nuova versione rimanda dunque ai decreti attuativi la definizione degli indennizzi, senza riferimenti all’avviamento dell’attività, al valore dei beni, a perizie e alle scritture contabili.

Un accordo però che non soddisfa affatto le associazioni di categoria del settore balneare che accusano le forze politiche di essere stati incapaci di trovare una mediazione tra il governo che voleva calcolare gli indennizzi solo sugli investimenti non ammortizzati, e le associazioni che invece chiedevano il riconoscimento dell’intero valore aziendale.

Secondo il presidente di Fiba-Confesercenti Maurizio Rustignoli, «l’emendamento di maggioranza al Ddl Concorrenza è una scelta di compromesso non risolutiva. Troppo poco per le imprese del comparto balneare che restano così in una grave situazione di incertezza. Il governo ha deciso di non decidere, rimettendo nelle mani di futuri decreti legislativi le sorti del nostro settore. Non è sicuramente il provvedimento di cui avevamo bisogno. Avevamo chiesto invece un intervento equilibrato che prevedesse la mappatura delle spiagge, la possibilità di avere la prelazione a parità di offerta e il riconoscimento del valore degli investimenti e dell’avviamento. Unica nota positiva è l’inserimento nel decreto degli indennizzi per i concessionari uscenti. Tuttavia, rimaniamo in un limbo di indeterminatezza insostenibile per le imprese e le famiglie. È doveroso garantire il tempo necessario per permettere al settore di organizzarsi: anticipare la scadenza delle concessioni dal 2033 al 2023 è stato un bel salto indietro, la nostra vita imprenditoriale è stata improvvisamente accorciata di dieci anni».

Ancora più esplicito Antonio Capacchione, presidente del Sib-Confcommercio,  che attacca: «Sono state ignorate completamente le richieste delle organizzazioni sindacali e inascoltate le considerazioni delle Regioni e dei Comuni, le uniche istituzioni competenti in materia che saranno chiamate ad applicare disposizioni confuse e pasticciate. Nessuno dei 226 subemendamenti presentati da ogni forza parlamentare è stato preso in considerazione o, almeno, discusso».

Eppure a sentire i capigruppo al Senato di Forza Italia e Lega, Anna Maria Bernini e Massimiliano Romeo, è come se fosse stato raggiunto un risultato storico, soltanto perché “è stato accolto senza definizioni che ne limitassero la portata, il principio degli indennizzi per le imprese che dovessero perdere la concessione”. Intanto dal M5S si affrettano a lanciare segnali diversi, specificando per esempio che le deroghe concesse ai Comuni per chiudere le gare, saranno permesse soltanto se comprovate da difficoltà oggettive.

Alla fine insomma hanno vinto tutti, compreso il Pd che con la capogruppo alla Camera Debora Serracchiani e il vice capogruppo Piero De Luca hanno esultato dicendo che “si prevedono garanzie fondamentali per la forza lavoro, per la protezione dell’ambiente, e per la salvaguardia del patrimonio culturale”.

Una cosa è certa, lunedì il Ddl Concorrenza passerà al Senato e poi alla Camera e tutti i nodi saranno sciolti in seguito. L’importante è aver portato a casa gli impegni da sbandierare a ridosso delle elezioni amministrative, anche se i problemi restano e le associazioni di categoria si dicono insoddisfatte del compromesso. E Draghi può tirare dritto, avendo rimesso ancora una volta tutti in riga con lo spauracchio della fiducia e con leggeri palliativi. Almeno fino al 13 giugno la maggioranza (ancora) c’è.

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