Celleno, camminando per il borgo fantasma sulle tracce dei Templari

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E’ un’assolata mattina di giugno. La cornice di papaveri, colline verdi e boschi abbraccia la strada che si apre all’improvviso a un’immagine stupenda, una scena mozzafiato, antica. E’ Celleno (provincia di Viterbo), il “borgo fantasma”, tutelato dal Fai. Simile a Civita di Bagnoregio, ma a giudizio di chi scrive, diverso.
Simile, perché si tratta di un centro spopolato, appollaiato su un grande sperone di tufo, e proprio per questo vittima dell’usura del tempo (frane, ciclici smottamenti).

Diverso, invece, per l’azione e l’attività di volontari “volenterosi” (della Pro-Loco), che lo hanno “rigenerato”, allestendo una sorta di museo “a cielo aperto” e pure “al chiuso”, dentro i pochi immobili accessibili, restaurati di fresco, che ha il pregio di farci immergere in atmosfere senza tempo.
Botteghe, negozi, chiostri, rimesse e un interessantissimo pozzo “da butto”, di smaltimento dei rifiuti di origine medioevale: in pratica, la vita della civiltà contadina come l’abbiamo immaginata e come era davvero.

Per i viandanti del presente, i visitatori occasionali e i turisti informati, una chicca da non perdere.
Camminando per le viuzze silenti, sembra di fotografare col respiro e col passo, atmosfere, suoni, profumi, musica e personaggi (artigiani, agricoltori, pastori) di un mondo perduto (ben immortalati nei ritratti “bianco e nero” d’epoca appesi alle pareti di alcune stanze).

Un mondo perduto, che si è fermato esattamente agli anni Cinquanta, quando l’allora sindaco dc (la tradizione voleva che a sedere sullo scranno del primo cittadino, dal dopoguerra, fossero prevalentemente i comunisti), in coerenza con una disposizione governativa e del Genio militare (la sicurezza per evitare morti da crollo), approvò il cannoneggiamento del borgo, perché gli abitanti non volevano lasciare le case di famiglia e le relative stalle, pur abitando ormai da anni nelle nuove, ubicate fuori il vecchio centro. Risultato di quel cannoneggiamento, la patente odierna di “fantasma”.

Abbiamo detto musica. E’ la prima emozione che, seguendo canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta, ci introduce in una sala che ospita moto, grammofoni, vecchi dischi in vinile e oggetti vari di quegli anni.
E poi, il fresco che ristora e protegge dalla calura, dentro le botteghe, il frantoio, le cantine, le cucine riprodotte, ricche di utensili e testimonianze tradizionali.
Piero Taschini, ci accompagna nei meandri del paese attorcigliato intorno al castello Orsini. E ci spiega la storia, l’attualità e soprattutto i segreti di Celleno.

E’ un ex-dipendente dell’Aeronautica, con una grande passione: valorizzare l’identità della sua terra. Con “un ritmo furente nel cuore” che lo porta a condividere con i numerosi gruppi di moderni pellegrini, la medesima narrazione del paese, ripetuta cento, mille volte. Ma è il suo compito, la sua missione: la bellezza o l’eroismo della normalità che semina, costruisce e ricostruisce una memoria.

Il castello, racconta Taschini, è stato abitato fino a poco tempo fa, dal noto pittore di fama internazionale Enrico Castellani. Con la sua creatività artistica è diventato di fatto il “sindaco indiretto”, il mecenate di Celleno.

Ancora oggi gli abitanti del nuovo paese lo ricordano con nostalgia e stima. Figlio compreso che ogni tanto torna a Celleno, e che come il padre, pur inevitabile protagonista dell’immagine del paese (il primato della cultura), preferisce, a quanto pare, la discrezione.

Fantasma infine, perché pare che tra le viuzze e nello stesso castello si aggirino presenze misteriose (che hanno spinto giornalisti e tv a cercarle), ma di concreto sembra che ci siano tracce di un passaggio dei Templari (presenti nella zona, secondo precise fonti), il cui noto simbolo appare in bella vista in un’incisione rupestre.
Celleno, dunque, non solo una meta da scoprire. Ma anche le radici del nostro popolo e di una terra da riscoprire per intero.

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