Voto. Centrodestra, i problemi cominciano ora: tre leader e una scommessa

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Sono andate bene, per il centrodestra, le elezioni comunali. La coalizione ha strappato al primo turno Palermo al centrosinistra e, sempre al primo turno, ha confermato il sindaco in altri nove capoluoghi di provincia. Il carniere poteva essere ancora più ricco se, a Verona e a Catanzaro, il centrodestra non si fosse fatto male da solo, presentandosi diviso. Ma è probabile che in queste città si ricompatti al ballottaggio. Competitivo rimane inoltre in molti altri grandi centri in cui si voterà per il secondo turno.

Tutto bene quindi? Sì e no. Perché il risultato di queste elezioni ha anche terremotato la coalizione. Nel senso che il primato conquistato da Giorgia Meloni sugli alleati è arrivato in modo assai più netto, anzi diciamo clamoroso, rispetto a quello che ci si attendeva alla vigilia. Basterà solo dire che FdI supera la Lega nel Nord. Eclatante il caso di Verona, storico feudo del Carroccio. Il partito di Giorgia sopravanza quello di Salvini di ben cinque punti. Nella storia del centrodestra si tratta di una piccola rivoluzione copernicana.

Si può certo dire che il test di domenica 12 giugno è limitato, sia per il numero dei Comuni coinvolti sia per l’alta astensione. Ma la tendenza politica è chiara, anche perché l’esito di queste elezioni conferma, con i dati reali, il trend già emerso nei sondaggi. E questa tendenza dice che la Meloni è “in pectore” la leader del centrodestra.

Non si tratta di un passaggio privo di problemi. Diciamo in aggiunta che i problemi seri nascono proprio adesso. E questo perché l’ascesa di Giorgia coincide con il declino di Matteo Salvini, un declino accentuato in questa occasione anche dallo smacco subito dal leader della Lega nei referendum sulla giustizia, dove l’affluenza è stata del 21%, sideralmente distante da quella soglia del 50 che è necessaria per rendere valida la consultazione.

Matteo ha subìto in un giorno solo due sconfitte personali pesanti: s’è fatto battere dalla Meloni nell’insieme dei comuni del Nord in cui s’è votato e ha rimediato una figuraccia nell’iniziativa referendaria che lo ha visto per primo protagonista, ma che poi lui stesso ha abbandonato in corso d’opera, quando s’è accorto del probabile flop dell’impresa.

Per un partito, la Lega, che deve il suo successo al carisma del leader il colpo è serio. Pensiamo solo che, per fare posto alla dicitura “Salvini premier”, è stata ridimensionata nel logo del partito l’immagine di Alberto da Giussano. Né si può dire che la débacle di domenica sia un fulmine a ciel sereno: dall’inizio dell’anno, il “Capitano” non ne azzecca una e la cosa crea un malumore crescente nel suo partito.

Per Salvini (e per il Carroccio) si pone ora il problema di una revisione di strategia. Anche perché il risultato del Nord tende a ridimensionare la politica della Lega “nazionale”.

Un fatto comunque è assodato: le future fortune del centrodestra dipendono da come la Lega saprà reagire alla crisi. Perché una eventuale deriva leghista danneggerebbe l’intera coalizione, non essendo pensabile che la pur significativa ascesa della Meloni possa compensare in toto le possibili perdite del Carroccio.

A questo punto, la domanda decisiva del centrodestra oggi è: che farà Salvini? Riesce difficile pensare che accetti tranquillamente la prospettiva di una leadership della Meloni senza tentare di recuperare il terreno perduto, anche perché la Lega può legittimamente opporre l’argomento che FdI è cresciuto nei consensi approfittando della rendita dell’opposizione, cosa di cui non può usufruire il Carroccio da quando ha concorso alla nascita del governo Draghi. È pur vero, d’altra parte, che la scelta di Fratelli d’Italia ha permesso di trattenere nell’ambito del centrodestra quella fascia di dissenso, rispetto all’attuale esecutivo, che avrebbe ingrossato le fila dell’astensione.

Ma la risposta di Salvini dipende anche dalle mosse degli alleati, a partire naturalmente da Forza Italia, che peraltro ha mantenuto le sue posizioni in queste elezioni e in qualche caso, come a Palermo, è anche risultata trainante per la vittoria del candidato del centrodestra.

Anche il partito di Berlusconi pare tutt’altro che disposto a cedere il passo alla Meloni. Non tanto quello della leadership, quanto il più impegnativo discorso della premiership sembra un argomento tabù. «Il premier lo indicherà il Quirinale», ha tagliato corto Tajani. Sicuro è il fatto che la strategia FI di attrarre parte dei voti moderati non è molto in sintonia con il sovranismo (ancorché attenuato) della Meloni. Però potrebbe essere una vocazione complementare alla prospettiva di FdI.

E proprio qui, in questa complementarità, sta probabilmente la parola magica che potrebbe permettere al centrodestra di uscire dall’impasse, potenzialmente rovinoso, dei personalismi contrapposti.

La scommessa del centrodestra è insomma quella di trasformare in ricchezza le differenze emerse in questi anni. Non sarà facile, ma si tratta di un’operazione che può riuscire.

La prima condizione è però che tutti i leader interessati facciano un passo indietro, Meloni compresa. In questo senso, la leader di FdI ha commesso un errore quando, la sera stessa dei risultati, ha invitato Lega e FI a uscire dal governo. Una simile mossa è servita solo a mettere in difficoltà gli alleati, alimentandone il senso di rivalsa.

Salvini deve liberarsi dall’ossessione dell’alleata-rivale: è un sentimento che gli fa perdere lucidità e che lo porta a errori clamorosi. Berlusconi deve a sua volta capire che il tempo è passato e che anche una Forza Italia ridimensionata può risultare decisiva portando un notevole valore aggiunto alla coalizione. Per quanto riguarda invece la Meloni, non deve farsi prendere la mano dal successo. Mai perdere la consapevolezza dei propri limiti politici, che nel suo caso vuol dire prendere atto di una circostanza decisiva: il suo primato nella coalizione non offre, di per sé, la garanzia di vincere le elezioni politiche. A tale scopo occorre anche una capacità “federatrice” (riuscire a conciliare settori eterogenei di elettorato), un’attitudine a misurarsi con la complessità che a lei, attualmente, manca.

Riusciranno i leader di centrodestra nell’impresa? Lo sapremo nei prossimi mesi. Certo è che sulle loro spalle grava una responsabilità tremenda. Sarebbe infatti una rovina storica se assistessimo al paradosso di una coalizione che, data per favorita, perde le elezioni politiche perché le sue componenti sgomitano tra loro.

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