Voto. Centrosinistra, campo largo o campo da calcetto?

mercoledì, 15 Giugno 2022
3 minuti di lettura

Nel centrosinistra il dopo amministrative fa rima con la discussione sul “campo largo” proposto dal segretario Enrico Letta e che punta a comprendere anche il Movimento 5 Stelle.

E naturalmente, come era facile prevedere, da ieri si è riaperto il gioco della torre, con l’ala moderata dei dem che è tornata a chiudere ad un’alleanza con i pentastellati e a prediligere il dialogo con i centristi, Renzi e Calenda, che non ne vogliono sapere di essere alleati con Conte e company, nonostante certe deroghe concesse in alcuni comuni.

La pessima performance del Movimento 5Stelle certamente non aiuta a rasserenare il clima. Va detto che i 5Stelle non hanno avuto mai grande successo alle amministrative, tranne negli anni d’oro dell’antipolitica quando riuscirono ad eleggere i sindaci di Roma e Torino, di Parma, Livorno e altre città. Ma questa spiegazione poteva essere accettata quando il Movimento correva da solo perché rifiutava dogmaticamente la politica delle alleanze, non oggi che ha ormai abbandonato la scelta della corsa solitaria presentandosi in molte realtà a sostegno dei candidati sindaco del Pd. Nonostante ciò le percentuali dei grillini sono state a dir poco impietose con una media che oscilla fra il 2 e il 4%. Pertanto la giustificazione che alle amministrative la fortuna non li ha mai assistiti comincia ad essere un alibi decisamente screditato.

Non solo, come già avvenuto in precedenza, i candidati del Pd che non hanno avuto l’appoggio dei pentastellati, vedi Verona, Parma, Padova e Lucca, sono andati meglio di quelli dove invece l’alleanza c’è stata, come ad esempio L’Aquila, Genova, Catanzaro, Palermo, al punto che il senatore Andrea Marcucci ha invitato Letta a riflettere seriamente: “I risultati ci dicono che il Pd per competere deve avviare un dialogo con Azione, Italia Viva e i civici. I nostri candidati vanno bene a Padova, a Verona e a Lucca anche senza l’alleato 5 stelle, mentre nelle città in cui si è misurato il campo largo, i risultati sembrano insufficienti. Mi auguro che di fronte a queste evidenze, il Pd arrivi alle giuste contro misure”.

Il dato senza dubbio più deludente per i 5Stelle è quello della Sicilia dove alle politiche del 2018 avevano letteralmente sbancato e dove Conte puntava a limitare i danni presentandosi in tour elettorale sull’Isola. Invece anche qui un flop clamoroso con il disastro palermitano in primis. Andando avanti con questo trend è altamente probabile che alle prossime elezioni politiche il M5S possa scendere addirittura sotto il 10%.

Il dato è evidente: gli italiani hanno mandato un sonoro “vaffa day” ai pentastelle, dopo averli provati alla guida del governo ed essere rimasti delusi da una rivoluzione annunciata con grande enfasi e mai realizzata, dalla promessa di cambiare tutto per non cambiare nulla. In più passare dal rifiuto totale delle alleanze alla politica delle porte girevoli (prima alleati della Lega, poi del Pd, infine persino di Berlusconi nel governo delle larghe intese di Draghi) ha dato loro il colpo di grazia.

Alla luce di questo crollo spaventoso, sono molti a chiedere a Letta di rivedere la propria strategia delle alleanze buttando a mare i 5Stelle morenti e puntando invece a recuperare l’area moderata di Renzi, Calenda e dei delusi del centrodestra.

Il Pd deve fare i conti con le sconfitte di Genova, Palermo e L’Aquila dove contava almeno di andare al ballottaggio, ma resta comunque il primo partito e guadagna consensi. Ma è ovvio che non potrà vincere le prossime politiche senza alleati. E qui sorge il dilemma. Andare avanti privilegiando l’alleanza con Conte il cui Movimento si sta spegnendo come una candela, oppure guardare in direzione del cosiddetto terzo polo invece in ascesa?

La strategia di Letta sembra chiara: andare avanti privilegiando lo schema di gioco a tre, Pd- M5S- Leu, convinto che alla fine con il rafforzamento della Meloni nello schieramento di centrodestra, i moderati saranno obbligati a schierarsi da questa parte, come avvenuto per esempio a Roma, quando Calenda al ballottaggio offrì i suoi voti a Gualtieri per battere il candidato meloniano. Ma Renzi e Calenda in queste amministrative sono sembrati  mandare dei messaggi chiari in direzione del Nazareno, appoggiando anche il centrodestra in alcuni Comuni e quindi facendo intendere che nulla può essere dato per scontato.

Fra i dem il timore di ritrovarsi alleati di un Movimento 5Stelle ridotto al lumicino è molto forte. Timore legato anche alle sorti del governo, visto che gran parte della responsabilità del calo di consensi del Movimento è addebitato da tutti all’appoggio fin qui assicurato al governo Draghi. Che fare dunque? Se Conte metterà in crisi il governo forse guadagnerà punti nell’elettorato, ma a quel punto diventerebbe molto difficile per il Pd, lealista nei confronti del premier, presentarsi al voto con i 5S che finirebbero con il lacerarsi al proprio interno perdendo Di maio e la truppa governista. Se invece Conte continuerà con la politica fatta fino ad oggi, ovvero criticare il governo per poi assicurare comunque l’appoggio a Draghi, continuerà inesorabilmente a perdere consensi e alla fine non sarà minimamente utile al Pd per sconfiggere il centrodestra. Un rebus non da poco per un Letta che vede il suo campo largo assottigliarsi sempre di più, con il rischio alla fine di ritrovarsi con la classica montagna che partorisce il topolino.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.