Voto. Pregi, difetti e padri della rivoluzione di Calenda che piace ai borghesi

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Cos’hanno in comune Giorgio La Malfa, Leoluca Orlando, Mario Segni, Matteo Renzi e Carlo Calenda?
Ovviamente appartengono a epoche politiche diverse, a contesti specifici. Ma c’è un tratto identitario che li rende non uguali, ma simili.
Un tratto identitario e una percezione popolare che li ha collocati da protagonisti nello stesso racconto, trasformandoli in simboli delle stesse aspettative.

Mentre il popolo delle periferie urbane, della provincia profonda, si rivolge storicamente all’eterna “Vandea”, scegliendo ciclicamente partiti e movimenti di protesta, o alternativi al potere, al Palazzo, sia di destra, sia di sinistra; soggetti politici di rottura, estremisti o populisti in versione sinistra, i grillini, oppure in versione sovranista, come la Lega.
Il ceto medio, i tutelati, i garantiti, i primi della classe, quelli che si riconoscono nello status quo e lo accettano, anzi vogliono continuare a vivere bene, alla luce delle loro piccole-grandi possibilità e opportunità, scelgono invece, altre strade.

Pur da conservatori di fatto (sul piano economico, sociale, lavorativo, culturale), assumono un vezzo riformatore, protestatario, progressista purché non muti il loro stile di vita, purché siano sicuri che il vento non si trasformi in pericoloso salto nel buio “rivoluzionario”. Una rivoluzione da salotto, dolce, come postura mentale, comunicazione, ma non reale, vera.

Questo è il significato, il Dna delle opposizioni “dentro il sistema” (in soldoni, funzionali al sistema), e non fuori, che accomuna i La Malfa, i Leoluca Orlando, Mario Segni, Matteo Renzi e attualmente, l’ultima declinazione della rivoluzione gentile e innocua, il “modello-Calenda”.

La Malfa per quale tempo interpretò l’ansia di rinnovamento interno al pentapartito. La sua leadership era intelligente, posata, preparata, colta. Quel tocco di aggressività rispetto al potere dc, tanto da non preoccupare però, il ceto medio borghese e moderato, e senza rompere con gli assetti della guerra fredda che prevedevano il confinamento del Pci nel ghetto dell’opposizione.

Leoluca Orlando, ha rappresentato da un lato, la nuova Dc, depurata dall’immobilismo, dal clientelismo e dalla corruzione, specialmente al Sud, e dall’altro, l’anticamera di quel populismo democratico, legalitario, moralista, espressione della società civile contro il “regime”, che aveva avuto dei precedenti nell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini e nel monarchico Achille Lauro e che in seguito avrà dei nipotini nel Movimento 5Stelle.

Mariotto Segni, nello spazio di un nanosecondo, ha avuto in mano l’Italia, la seconda Repubblica, nata dalle ceneri della prima, affondata sotto i colpi di Tangentopoli, e parto del maggioritario che ha inaugurato la stagione del bipolarismo. Un dc rinnovatore, gradito a moderati di destra e sinistra che poi non ha saputo cogliere la palla al balzo, assumere una importante leadership, perdendosi nella riproposizione successiva di vecchi schemi, da Alleanza Democratica (centro-sinistra) all’Elefantino (centro-destra) con Gianfranco Fini.

Matteo Renzi ha incarnato da sinistra il rinnovamento istituzionale più sofisticato e tatticamente più intelligente (si è visto quando ha fatto cadere il governo Letta e poi il governo Conte). Pure lui è arrivato col Pd al 42% alle europee, ma non ha saputo monetizzare quanto aveva investito. Il partito della nazione, un flop, il referendum per introdurre il monocameralismo, un altro flop. E oggi la sua Iv raggiunge a malapena il 2,5%.
Renzi ha incarnato il rinnovamento borghese progressista, con la sua rottamazione, ma poi il ceto politico del Pd e in generale, è rimasto invariato.
E’ piaciuto e continua a piacere a quei moderati che vogliono che tutto cambi perché nulla cambi.
E pure oggi, alle ultime elezioni ha dimostrato spavalderia e capacità strategiche a 360 gradi: si è presentato con la destra a Rieti, Genova e Verona, con la sinistra a l’Aquila. Insieme al suo competitor di centro-sinistra Calenda, che, a sua volta, si è presentato con la destra a Genova, con la sinistra a Verona, e da solo all’Aquila e a Palermo.

Calenda è infatti, l’ultimo atto della rivoluzione interna al Palazzo, un po’ competente, un po’ rassicurante, formalmente duro, anti-populista (con nemici dichiarati i grillini e la Meloni); una rivoluzione sostanzialmente morbida, elastica, con Pd, Fi e centristi vari, concepita ad uso e consumo del ceto medio borghese. Per dare a tutti l’illusione di poter cambiare (fino a un certo punto), restando fermi.
Ma se la disaffezione al voto è la delusione per speranze disattese e rivoluzioni tradite, come quella recente dei grillini, nei casi ricordati, non c’è nemmeno disaffezione. E’ un’aspettativa virtuale, concordata, che non genera né illusione, né quindi, delusione.

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