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Boris Johnson, se ne va il re dei paradossi: è l’ora del gregge triste

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Alla fine Boris Johnson ha gettato la spugna. Abbandona la carica di premier il più paradossale, improbabile, fanfarone (ma anche, a suo modo, geniale) leader occidentale.

Di Johnson, non ci mancheranno davvero i suoi proclami da guerrafondaio ultra-atlantista. Però ci mancherà sicuramente quel pizzico di follia che ha conquistato  a valanga il potere alla fine del 2019 e che lì è rimasto per circa due anni e mezzo. A pensarci bene, il suo addio al numero 10 di Downing Street è miseramente sproporzionato rispetto al suo trionfale ingresso, quando conquistò Westminster con una maggioranza semi-bulgara, roba che non si vedeva dai tempi di Margaret Thatcher. Johnson se ne va per colpa di un viceministro sporcaccione, che molesta giovani maschi nei club di Londra, e a causa delle bugie dette in occasione dello scandalo sui festini organizzati a Downing Street in pieno lockdown.

Due cause, in sé banali, ma che poi risultano devastanti in un Paese che non perdona le menzogne dei leader politici. Una fine paradossale che è perfettamente in linea con lo stile di un personaggio che ha fatto, proprio del paradosso, la sua cifra stilistica. Johnson è paradossale nel suo modo di comunicare, paradossale nelle sue smorfie,  paradossale nei suoi argomenti, paradossale nel modo in cui ha sperperato un enorme consenso in due anni di gaffes, bugie, scelte sbagliate (soprattutto nelle nomine ai vertici politici).

Ma il paradosso più grande di Boris Johnson consiste nel fatto che la sua smisurata ambizione è risultata la sua forza e, nello stesso tempo, la sua debolezza, nel senso che la voglia di conquistare mete sempre più prestigiose, se da un lato gli ha dato lo slancio giusto, dall’altro l’ha portato a perdere il senso della realtà, spingendolo spesso a dichiarazioni fuori misura che hanno avuto per lui un effetto boomerang. Azzeccò ad esempio a cavalcare la Brexit per conquistare i Tories, prima contro Cameron e poi ai danni dell’incolore Theresa May. Il problema è che raccontò tante di quelle favole agli elettori, da intaccare alla lunga la sua credibilità. Come quando promise che i 350 milioni alla settimana risparmiati sul fronte dei contributi Ue sarebbero andati al sistema sanitario britannico. Una tipo di promesse che si rivelano quanto mai incaute, se poi si conquista il governo…

Alla fine, la personalità smodata di Johnson è diventata ingombrante per gli stessi dignitari conservatori, che hanno aspettato l’occasione propizia per disfarsi del loro straripante leader. Tant’è che negli ultimi giorni è stata una processione a Downing Street per chiedere a Boris di dimettersi.

A questo punto si pone un grande dilemma: che ne sarà dei Tories? Perché nessuno, tra gli esponenti conservatori  più in vista, pare in grado di eguagliare Johnson nel suo grande colpo di genio: saper coniugare populismo e tradizione conservatrice. Un incontro non molto facile da realizzare, ma che solo una personalità eccezionale come quella del premier dimissionario poteva portare a termine. E vale la pena sottolineare che il populismo conservatore di Johnson si è mosso in parallelo con quello a suo volta incarnato da Donald Trump, prefigurando una linea di tendenza che per qualche anno è sembrata una sorta di nuova frontiera per l’asfittica e grigia politica occidentale.

Boris se ne va, che cosa rimane? Una marea di chiacchiere e un “gregge”, come lui stesso ha detto annunciando le sue dimissioni. «Nessuno è indispensabile, e dunque lascio, se questa è la volontà del gregge a Westminster». In mezzo a questo “gregge” c’è anche una esponente Tory, il ministro degli Esteri Liz Truss, che per qualcuno assomiglierebbe nientemeno che a Margaret Thatcher. Lo dissero anche di Theresa May: si è visto poi come è andata a finire. Certo è che non c’è nessuno, tra i dirigenti conservatori che scaldano i muscoli, che vorrà assomigliare a Boris Johnson. Anche perché non saprebbe da dove cominciare.

 

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