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Il bellissimo messaggio sportivo e non solo del tennista McEnroe

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Indicativa, a pochi giorni dalla chiusura del torneo di Wimbledon, l’intervista al Telegraph di John McEnroe, campionissimo del tennis, leggenda e grande uomo ammirato nel tempo: “Avevo il cervello chiuso di un atleta, poi Gerulaitis mi portò per gallerie d’arte e mi insegnò a suonare la chitarra. Mi si aprì un mondo”.

Il racconto parte da quella sera del 1981 quando batté Bjorn Borg a Wimbledon e non partecipò al party di gala. La spiegazione? “Chrissie Hynde e la sua band – ha dichiarato nell’intervista – stavano venendo a casa mia, la Draycott House a Chelsea. Una cosa discreta, proprio come volevo io, senza paparazzi. Mi sono chiesto: ‘Perché diavolo dovrei voler andare a una cena soffocante e uscire con un gruppo di persone che ha tre volte la mia età?’. Stile, unicità, personalità. È a quel punto che ha infatti chiesto al padre se doveva fare almeno una comparsata. E lui detto: “Non lo so”. E così ha saltato l’impegno istituzionale.

Peccato che il giorno dopo 15 telecamere lo aspettassero fuori dalla porta. L’onta era troppo grave. Ma non per lui.

Oggi McEnroe guarda ai 21 Slam di Djokovic a 36 anni, i 59 major su 69 vinti dal serbo, da Federer e Nadal. E il suo commento è questo: “Ai miei tempi non potevi immaginarlo nemmeno nei tuoi sogni più sfrenati. Eravamo felici di giocare ancora a 30 anni. Io ho resistito fino a due settimane dal mio 34esimo compleanno e pensavo di aver esagerato. Ma questi ragazzi stanno ancora giocando bene come non hanno mai giocato. Questa è la parte che non capisco”.

Ma è un altro mondo e c’è più spettacolo anche. Anche la privacy non è più quella di un tempo, ieri non si accettavano le “invasioni di campo” di oggi. D’altronde McEnroe neanche voleva che gli si chiedesse della sua allora fidanzata dei tempi, Stacy Margolin. Finì a cazzotti in sala stampa tra giornalisti.

Insomma. È cambiato il tennis ma anche lo stile e sono cambiati gli uomini. Come dice lui stesso e ripetiamolo: “Il mio cervello è sempre stato quello di un atleta sportivo. Ma quando il mio defunto, grande amico, Vitas Gerulaitis, ha iniziato a portarmi nelle gallerie d’arte e a mostrarmi come suonare la chitarra, mi si è aperto un mondo completamente nuovo”. Si viveva a 360 gradi.

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