Chi voleva Borsellino morto? Quel patto indicibile tra mafia e…

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Trent’anni fa la strage di via D’Amelio, che costò la vita a Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Rimane uno dei fatti di sangue più inquietanti della nostra storia, perché vi si intravede in controluce, più chiaramente che in altri atti di terrorismo, quell’intreccio di interessi, complicità, strategie criminali che ha condizionato a lungo la vicenda italiana, in un patto scellerato tra mafia e altri poteri: dalla politica all’economia, dai servizi alla massoneria. Non si salva proprio nessuno.

Di solito, quando si evocano certe realtà del sottosuolo italiano, si tende ad aggiungere l’aggettivo “deviati”: “servizi deviati”, “massoneria deviata”, “politica deviata”, “economia  deviata”. Ma ”deviati” da chi? E per conseguire quali obiettivi? Nessuno ha mai fornito un risposta convincente. Il sospetto, atroce, è che in realtà, non di vere e proprie deviazioni si tratti, ma di rapporti organici, in qualche modo strutturali al sistema di potere italiano, rapporti –è bene aggiungere-, che vanno anche al di là dei confini nazionali. Parliamo di un “fil rouge” che parte dal dopoguerra – e dalla sottrazione di sovranità allora inflitta allo Stato italiano- e giunge fino allo stragismo mafioso degli anni Novanta. E che in qualche modo possiamo considerare ancora attivo, anche se non produttivo di sangue, ma comunque sottilmente minaccioso e tale da far aleggiare ogni tanto, sulla vita pubblica nazionale, lo spirito di un ricatto o di una intimidazione a bassa intensità.

Detto in altre parole, il giorno in cui scoprissimo tutta la verità sulla strage di via D’Amelio, sulla strage di Capaci, su tante altre stragi mafiose nonché, risalendo nel tempo e cambiando luoghi, anche sugli episodi più atroci dello stragismo e del terrorismo politico, se mai riuscissimo in una simile impresa, saremmo poi inevitabilmente costretti a riscrivere i libri di storia. E l’immagine dell’Italia ci apparirebbe assai diversa da quella che convenzionalmente tendiamo a conservare.

Ma torniamo a Borsellino e spieghiamo perché, nella strage del 19 luglio 1992, la complicità tra mafia e altri poteri appare più evidente che in altri crimini, compresa la strage nella quale perirono Giovanni Falcone e la sua scorta.

Il motivo sta innanzi tutto nella tempistica poco “mafiosa” della strage, che avviene 57 giorni dopo l’eccidio di Capaci. Chi glielo fa fare a Cosa Nostra a compiere due crimini dall’enorme impatto emotivo sull’opinione pubblica a poca distanza temporale l’uno dall’altro? La mafia normalmente non agisce così. «È una cosa fuori da ogni logica mafiosa», ha scritto Attilio Bolzoni. Se colpiscono duramente, soprattutto se si tratta di rappresentanti di primo piano dello Stato, gli “uomini d’onore” aspettano diverso tempo prima di colpire nuovamente. Aspettano che le acque si calmino, in modo da evitare di esporsi alla reazione delle autorità, come  peraltro è avvenuto dopo via D’Amelio, quando furono inasprite le misure di contrasto alle cosche e quando si registrò un  salto di qualità nell’azione investigativa e repressiva. Non per niente, dopo pochi mesi l’uccisione di Borsellino, avvenne l’arresto di Totò Riina, cui seguì, una dopo l’altra, la cattura dei principali boss mafiosi.

«Calati juncu ca passa la china», recita un proverbio siciliano («piegati giunco finché non è passata la piena»). Perché invece, in quel cruciale passaggio, la mafia non aspettò la fine della piena? Perché decise di correre un così grave rischio? Evidentemente aveva ricevuto un imput dall’esterno. E deve essersi trattato di una sollecitazione davvero forte, un invito, chiamiamolo così, proveniente da un’entità assai potente.

Questa ipotesi è suffragata dalle dichiarazioni di diversi pentiti, i quali hanno rivelato che in quel periodo, nel mirino di Cosa Nostra, non c’era Borsellino bensì l’importante esponente della Dc siciliana Calogero Mannino. I mafiosi pensavano di riservargli la stessa sorte che qualche mese prima avevano inflitto a Salvo Lima, che fu ucciso da un sicario nei pressi della sua villa a Mondello.

Invece, all’improvviso, Riina diede il contrordine: il bersaglio deve essere Borsellino. Con chi aveva parlato il “capo dei capi”? Chi gli aveva dato l’“ordine”? Oppure , se non vogliamo parlare di ordine, chi gli aveva rivolto una esortazione così forte?

Probabilmente non lo sapremo mai. Però sappiamo tante altre cose importanti, che possono aiutarci a immaginare il quadro inquietante all’interno del quale può essere maturata la decisone della strage. Sappiamo ad esempio che già, nel giorno del crimine, si mossero a via D’Amelio personaggi strani, in giacca e cravatta, presumibilmente appartenenti agli apparati di sicurezza.

E poi c’è una sequenza di fatti misteriosi, a partire dalla sparizione dell’agenda di Borsellino, nella quale il giudice annotava tutto, compresa probabilmente la pista investigativa che stava seguendo in quel periodo, ipotesi che evidentemente dava fastidio a qualche importante personaggio, al di fuori della mafia. La borsa del magistrato rimase intatta nell’esplosione. Ma all’interno non c’era più il diario con la copertina rossa. E poi la singolare circostanza che a via D’Amelio non fu istituita la zona rimozione veicoli, una precauzione essenziale dopo la strage di Capaci. Così gli attentatori poterono parcheggiare in tutta tranquillità la 126 imbottita di esplosivo.

Ma il fatto più inquietante fu il clamoroso depistaggio della falsa confessione di Vincenzo Scarantino, un “picciotto” di terza fila che si autoaccusò di aver rubato l’auto poi esplosa nella via della strage. Era una storia che non stava in piedi, e che serviva solo a dirottare le indagini su un binario morto. Eppure il sedicente attentatore fu ritenuto credibile. Ci volle, nel 2008, la confessione di Gaspare Spatuzza, per demolire il depistaggio. Intanto però furono persi anni preziosi sul fronte delle indagini. Nonostante la gravità del crimine, gli apparati dello Stato rimasero sostanzialmente inerti. C’è motivo o no per una seria e preoccupata riflessione? Siamo oltre la negligenza, siamo dentro un terreno di inquietanti responsabilità.

Ma perché c’erano altolocati figuri che volevano l’eliminazione di Borsellino? Più di qualcuno invita da tempo a guardare nel sottofondo limaccioso di lucrosi appalti  pubblici ai quali la mafia era interessata insieme con importanti imprese del Nord. Messa così, sembra un spiegazione riduttiva. Ma si tratta della stessa pista che porta all’uccisione di Falcone. «Borsellino –scrisse Ferdinando Imposimato – era riuscito a convincere alcuni dei mafiosi a rivelare i meccanismi e i beneficiari dell’imbroglio, i politici, gli amministratori, imprenditori, mafiosi, faccendieri, e decine di magistrati che fungevano da controllori controllati» (“La repubblica delle stragi impunite” , Newton e Compton editori).

Dai verbali di interrogatorio (in particolare da quelli relativi ad Angelo Siino, considerato il “ministro dei lavori pubblici della mafia”) sono usciti nomi grossi. A un certo punto, l’indagine su mafia e appalti lambì l’inchiesta dei giudici milanesi su Tangentopoli. Anche Antonio Di Pietro ebbe il sentore di una presenza mafiosa nel sistema della corruzione e fece appena in tempo a parlarne con Falcone e Borsellino. Stava forse per emergere il quadro di una vasto sistema di potere economico, che vedeva coinvolte imprese, politici e criminalità organizzata. Molto più, assai di più dell’aggiudicazione degli appalti pubblici a Palermo e nel resto della Sicilia. Non semplici relazioni tra amici e amici degli amici. Ma un vero e proprio assetto strutturale, nel quale la mafia era parte integrante.

Il capitalismo italiano stava per svelare il suo volto oscuro? È questa la domanda da porsi a 30 anni dalla morte di Borsellino (e di Falcone). Certo è che molte “manine” si sono messe in moto affinché quel volto o non venisse mai scoperto.

Ma è una domanda alla quale primo o poi bisognerà dare una risposta. Non solo per amore della verità storica. Ma anche per capire in quale Paese realmente viviamo. La maggioranza degli italiani non lo sa. E neanche se lo immagina.

 

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