Prodi e gli altri: l’Italia è la repubblica degli ottantenni?

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C’è voluto qualche settimana fa Romano Prodi per spingere Enrico Letta a dichiarare espressamente la sua disponibilità a cambiare la legge elettorale . Poi della cosa non si farà nulla vista la situazione politica e gli sconquassi creati da Giuseppe Conte e i Cinque Stelle.

Ma rimane il fatto che Prodi è intervenuto in un tema vivo del confronto politico. Perché lo ha fatto? La realtà è molto più semplice di come se la possono immaginare i dietrologi: l’anziano leader (compirà 83 anni il prossimo mese) ha voluto evidentemente dare una mano al “ragazzo” Enrico Letta (55 anni).

Questa semplice realtà è parte di una realtà più grande, anch’essa semplice: gli ottantenni più in vista della politica si sentono insostituibili, ancora necessari, ancora disponibili a contribuire a mantenere la barra dritta della nave Italia.

Quello di Prodi non è un caso isolato. Clamoroso quello di Sergio Mattarella (in questi giorni compirà 81 anni): la sua rielezione a Presidente della Repubblica ha certificato il fatto che la politica italiana non ha saputo esprimere in questi anni figure più giovani che fossero capaci di imporsi, con la loro autorevolezza, ai giochi di palazzo. Emblematico il caso di Pier Ferdinando Casini (66 anni): era l’unico in pista della sua generazione e aveva tutti i numeri per salire sul Colle. Ma non ce l’ha fatta.

La vicenda di Casini è uno dei tanti sintomi del fatto che la generazione dei sessantenni non riscuote oggi molto successo: quella che è stata la classe dirigente nazionale nella cosiddetta Seconda Repubblica è sparita nella sabbie mobili di un Paese che appare, a tutt’oggi, irriformabile. E parliamo di gente come Gianfranco Fini, Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Roberto Maroni, Marco Follini. Missing, scomparsi. Perché? Eppure avrebbero ancora molto da dire.

Forse è stata la stanchezza. Forse la delusione per i troppi appuntamenti mancati con le riforme. Forse l’incapacità a gestire il passaggio tra la dimensione nazionale della politica e quella sovranazionale-globale, che ha ridotto i poteri dei cittadini e provocato una vasta frustrazione sociale.

Sarà quello che volete. Fatto sta che l’attuale classe dirigente di quarantenni (pensiamo a Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Matteo Renzi, Carlo Calenda) o di cinquantenni (Enrico Letta) non si confronta con la generazione che immediatamente la precede, ma con quella degli ottantenni. Dai mostri sacri ancora in servizio continua a cercare consiglio. E con qualcuno di questi ottuagenari, addirittura, ci scappa ogni tanto la polemica. Come, sul fronte del centrodestra, accade nelle più o meno amichevoli bordate che si riservano reciprocamente la Meloni e Silvio Berlusconi (86 anni a settembre), il quale ultimo porta la bandiera degli ottantenni che non ne vogliono sapere di ritirarsi a vita privata.

Neanche Berlusconi, per la verità, è riuscito a realizzare riforme, allo stesso modo di Prodi, suo storico competitor. Però entrambi sono riusciti a catalizzare le contrapposte emozioni degli italiani per un lungo periodo. Possono dire di aver “fatto” qualcosa. E, quando gli storici del futuro parleranno dell’Italia a cavallo tra XX e XXI secolo, sicuramente parleranno di loro.

Andando nelle zone limitrofe della politica, incontriamo poi ottantenni che, non solo non demordono, ma addirittura continuano a essere nominati a cariche di alta responsabilità. Giuliano Amato (84 anni compiuti a maggio) è da qualche mese, dal 29 gennaio 2022 per l’esattezza, il nuovo presidente della Corte Costituzionale. Paolo Savona (86 anni a ottobre) è il presidente della Consob. Ha assunto tale incarico nel 2019, un anno dopo aver “rischiato” di diventare ministro dell’Economia. C’è voluto un intervento a gamba tesa di Mattarella per sbarrargli il passo.

Qual è il segreto di questi ottantenni sempre verdi? Lo ha spiegato Giuseppe De Rita, che sta per compiere 90 anni. In un editoriale uscito nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera”, il fondatore del Censis ha tessuto l’elogio della sua generazione, affermando che la migliore eredità degli ottantenni di oggi è la «fede nella nostra società».

Ecco, non c’è nessun elisir: la forza di ogni uomo è credere in qualcosa. È la forza che lo sostiene a qualsiasi età. La verità è più semplice di come ce la immaginiamo.

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