Dimissioni. Draghi finisce per autocombustione. La vendetta gialloverde

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Riavvolgiamo il nastro. Complimenti allo spin doctor di Draghi. Un discorso ottimo, quello del Senato, ineccepibile nella sua valenza enfatica e ricattatoria.

Enfatica, perché la drammatizzazione nei momenti di crisi porta i cittadini e la classe politica a scegliere emotivamente da che parte stare, senza distinguo e vie di mezzo. E molto spesso le vie di mezzo, cioè il rifiutare l’appartenenza alle opposte tifoserie (filo o contro Draghi, sì o no-vax, filo-Zelensky o filo-Putin, no-sic o sì-transizione energetica etc), sono cosa buona e giusta.
E nel nostro caso, la decisione obbligata era stabilità, governabilità, ripresa economica oppure caos, deriva, crisi, povertà.
Uno schema precostituito che spinge l’opinione pubblica a un referendum tra incoscienza, follia (come è stato scritto), e patriottismo.

Il ricatto, invece, è stato più sottile. Messaggio del premier: io ho lavorato bene, le mie vittorie (quali?) sono state di tutti, quindi se mi mandate a casa è colpa vostra, voi vi assumete la responsabilità del caos e il boccino adesso è nelle vostre mani. E soprattutto, miro a ricostruire la fiducia, perché me lo chiedono gli italiani.

Ma quali? Le associazioni di una società civile orientata dall’alto e collusa col potere? Oppure i 2.000 sindaci? Ma in totale sono 8.000. Tradotto, la differenza fa 5.000 dissidenti. E poi, se un italiano su due non si reca alle urne, perché ritiene il proprio voto inutile, visto che la democrazia italiana è commissariata, decide solo Bruxelles, se ne deduce che almeno il 50% non ha apprezzato il governo dei migliori, manifestando un forte dissenso.

Un vizio che la sinistra ha sempre avuto, quello di parlare a nome dell’etica, della morale, dell’umanità, del popolo. Emblematico il titolo di Repubblica: “Italia tradita”. Da chi? Dal parlamento? Salvo poi incensarlo quando approva leggi e decreti favorevoli al pensiero unico.

Da licenziare invece, lo spin doctor che ha ideato e redatto il discorso di replica che ha mandato a sbattere il governo. Draghi si è tolto la maschera: ha tirato fuori la sua indifferenza e protervia aziendale che accetta con difficoltà e fastidio ogni contestazione, vista come lesa maestà. Del resto chi è abituato a concepire i politici come i camerieri dell’economia, della finanza e della borsa, non può che incarnare lo schema “marchese del Grillo”: io sono io e voi non siete un c….

Una risorsa, una riserva della Repubblica che non avrebbe potuto accettare lo sgretolamento di una maggioranza emergenziale che ha perso pezzi. Né farsi ricattare da partiti che da adesso in poi, lo avrebbero ingessato, relegato a una sorta di notaio pre-elettorale. Né avrebbe potuto assistere allo sbilanciamento a destra del suo eventuale Draghi-2.
Ha nettamente sbagliato, infatti, prima della fuga aventiniana di Fi, Lega e 5Stelle, a bacchettare i partiti ribelli, menando fendenti a destra e manca.

Insomma, si è ucciso per autocombustione e la recita alla Camera, con relativa commozione, è servita solo a uscire bene di scena, reiterando il medesimo messaggio del Senato: non mi meritate, avete perso un’occasione storica e ora non ci saranno più i soldi del Recovery, Putin vincerà la guerra, le bollette aumenteranno, l’inflazione e lo spread pure, dimenticando che l’autunno caldo sarà il frutto proprio delle sue scelte.

Ora l’unica cosa che possiamo dire è che i populisti, dati per morti sono risorti e si sono vendicati di Draghi. Salvini e Conte hanno aperto in modo gialloverde la legislatura e l’hanno chiusa in modo gialloverde. Un recupero non senza prezzo: l’ala draghiana dentro Fi ha perso Brunetta e Gelmini. E i draghiani dentro Lega e 5Stelle sono sull’orlo di una crisi di nervi.
Riusciranno le esigenze elettorali, le poltrone prossime venture a ricomporre le tante, troppe guerre civili interne al bipolarismo? Ai posteri l’ardua sentenza.

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