Dal campo largo alla coalizione “stai sereno”: il triste epilogo di Letta

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Nel centrosinistra un vincitore sicuro c’è già ed è Matteo Renzi.

Il leader di Italia Viva si è preso senza dubbio la sua rivincita, dimostrando ad Enrico Letta di aver avuto sempre ragione ad opporsi al cosiddetto “campo largo” progettato dal segretario dem e  fondato su un rapporto privilegiato con il Movimento 5Stelle di Conte. Un campo largo che di fatto è morto ancor prima di nascere, di fronte alla decisione del Movimento grillino di affossare il governo Draghi. E oggi Renzi, ma allo stesso modo anche Calenda, possono vantarsi di averlo ripetuto in tutte le lingue che i 5stelle erano inaffidabili, sostanzialmente populisti e che nessuna alleanza era possibile con loro.

Letta, volente o nolente, ci ha sbattuto la faccia e oggi, dopo essere stato il principale sponsor del governo Draghi ha dovuto riconoscere che un’alleanza con i 5Stelle è oggettivamente molto difficile dopo quanto avvenuto.

Come qualche commentatore ha ironicamente osservato, di fronte al fallimento del campo largo, al segretario dem non resta che giocarsi la carta dell’alleanza “stai sereno”, ovvero un rinnovato patto con Renzi, Calenda e con i draghiani, i parlamentari forzisti e pentastellati, da Brunetta a Di Maio, fuoriusciti dai rispettivi partiti per ribadire la fedeltà nei confronti del Presidente del Consiglio.

Si prospetta dunque per il Pd l’ipotesi di capeggiare una sorta di “coalizione Draghi” fondata sull’agenda del governo e con l’idea, dopo le elezioni, di riproporre magari Super-Mario alla guida dell’esecutivo. 

Ma è davvero chiuso per sempre il rapporto con Conte e i 5Stelle? Il presidente pentastellato ha ribadito nelle ultime ore la sua disponibilità a proseguire il dialogo con i dem ribadendo che è stato Draghi di fatto a cacciare i 5Stelle dopo averli attaccati in aula. La mediazione di Letta aveva convinto Conte ad accettare l’idea dell’appoggio esterno, visto che per i pentastellati restare al governo era diventato oggettivamente imbarazzante, salvando quindi l’alleanza elettorale. Ma poi tutto è precipitato con il discorso incendiario del premier che ha vanificato tutta la trattativa.

Se i 5Stelle correrranno da soli alle elezioni, Conte potrà giocarsi comodamente il ruolo di leader della sinistra antagonista, sfruttando a suo vantaggio l’essere stato l’affossatore del governo Draghi, raccogliendo il consenso della sinistra di lotta, quella identificabile nei centri sociali, degli ambientalisti rivendicando la crisi di governo contro la proposta degli inceneritori, dei grillini più ortodossi, delle piccole e medie imprese con la difesa del Superbonus 110%, dei disoccupati e meno garantiti rilanciando sul reddito di cittadinanza. E resterà anche da capire dove si collocheranno le altre forze a sinistra del Pd, il partito di Bersani per esempio, quello di Fratoianni, Potere al Popolo e le altre sigle della sinistra più estrema. Bersani negli ultimi giorni è apparso molto vicino alle posizioni di Conte e nelle ultime ore è tornato a ribadire che sarebbe un suicidio politico vanificare la costruzione di un campo progressista. Ma come farà Letta a tenere insieme il partito draghiano con chi invece vuole ridisegnare un’agenda di governo spostata tutta a sinistra?

Il segretario dem si è infilato nel classico cul de sac, condannandosi di fatto a rappresentare la continuità con un governo che, comunque la si pensi, ha allontanato sempre più italiani dalle urne, di fronte alla sistematica emarginazione della dialettica parlamentare, in favore della logica dell’uomo solo al comando. E ora il grande dilemma per Letta è: vale la pena “morire per Draghi”, ovvero perdere le elezioni frantumando di fatto il fronte di centrosinistra per difendere fino in fondo l’esperienza di governo e l’agenda del premier, o è meglio archiviare Draghi e ripartire da zero, ridiscutendo con Conte le condizioni per un’alleanza? Meglio riprendersi i 5Stelle o andare avanti con Renzi e i centristi nel nome di Draghi favorendo una prateria a sinistra per Conte e company?

Saranno questi i nodi che nei prossimi giorni dovrà sciogliere un Pd spiazzato dalla crisi di governo e sempre più in profonda crisi d’identità.

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