La nuova censura: «Protesti? Fai il gioco di Putin»

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Una nuova, insidiosa forma di censura si sta facendo strada nel mondo dei media: chi protesta, chi si lamenta, chi si agita per la crisi economica fa il gioco di Putin, ne è oggettivamente complice, al di là di quelle che sono le sue effettive intenzioni e al di là del fatto che la politica nei confronti di Mosca possa essere l’ultimo dei suoi pensieri.

Non che sia stato creato un ufficio apposito per reprimere ogni forma di dissenso applicando il marchio del filoputinismo. Però la tendenza a questo tipo di censura comincia già ad emergere tra le righe (o nelle righe) di un numero crescente di articoli o di interventi pubblici. Un esplicito ammonimento censorio è stato ad esempio quello rivolto, nei giorni che hanno preceduto la crisi di governo, da Luigi Di Maio all’indirizzo di Giuseppe Conte: «Aprire una crisi di governo significa prestare il fianco alla propaganda di Putin, che a sua volta otterrebbe l’obiettivo di sgretolare il nostro governo. Non possiamo permetterci di cedere al richiamo delle autocrazie: ci allontanerebbero dalle democrazie».

Conte ha certo sbagliato tutto, ma che c’entra questa crisi di mezza estate con Putin? Assolutamente niente. Però è sintomatico il fatto che il ministro degli Esteri abbia pensato di sferrare un colpo sotto la cintura del suo avversario agitando proprio l’accusa di essere la mosca cocchiera del leader russo.

Il vero problema è che l’ex pentastallato sembra che abbia dato voce a un pensiero in via di diffusione tra le alte sfere filo-atlantiste. Sempre qualche giorno fa, Aldo Cazzullo, sul “Corriere della Sera”, ha predetto che «si allungherà sempre più l’ombra di Putin» se i governi europei non riusciranno a rispondere al disagio sociale in aumento tra i ceti popolari. «Il populismo sta riprendendo vigore grazie alla ripresa dell’inflazione, alla corsa dei prezzi del gas, del carburante, del cibo, delle materie prime, all’impoverimento del ceto medio, alla disperazione della classi popolari».

Ha rincarato la dose, sullo stesso quotidiano, Angelo Panebianco quando ha puntato l’indice contro quello strato «molto più ampio di italiani» composto da coloro i quali «pensano che la nostra partecipazione allo sforzo occidentale li danneggi personalmente: le bollette che salgono, l’inflazione». Sulla stessa lunghezza d’onda “Il Foglio”, secondo cui Putin si frega le mani quando vede che nei Paesi dell’Europa occidentale monta la protesta per la crisi economica.

Vengono i brividi se solo ci soffermiamo a ragionare sulle logiche conseguenze di questo tipo di argomentazioni: qui siamo oltre i tentativi di censurare o di mettere al pubblico ludibrio chi dissente dalla politica atlantista del governo, tentativi di censura che abbiamo già sperimentato nel caso delle liste di proscrizione esploso circa un mese fa. Siamo arrivati al punto che il semplice fatto di protestare per cause sociali diventa un aiuto oggettivo alla politica della Russia.

È bene chiarire che questa pulsione alla censura non nasce dal semplice zelo ideologico, ma da un ragionamento che si è recentemente diffuso tra i circoli atlantici: il fattore tempo non aiuta Putin a reggere l’urto delle sanzioni economiche dell’Europa. Ne consegue che il presidente russo, per ammorbidire la pressione occidentale, gioca a fare il duro nel breve periodo: meno gli europei sopportano la crisi prodotta dalla guerra, più aumentano le sue chanches di uscire con risultati apprezzabili dal confronto con Nato e governo ucraino. Al dunque, chi protesta gli darebbe “oggettivamente” una mano.

Questa teoria è chiaramente spiegata al “Corriere” da Sergei Vakulenko, un petroliere russo rifugiato in Occidente: «Nel breve periodo la logica di Putin conduce a ridurre al minimo le forniture di gas agli europei in modo da generare inflazione, razionamenti, dunque ostilità nell’opinione pubblica verso i politici se questi ultimi sostengono l’Ucraina». Non a caso, ad esempio, il governo francese ha presentato un progetto di legge che gli permette di requisire le centrali a gas in caso di emergenza.

Apparentemente, è un ragionamento che non fa una grinza. Si dà però il caso che i governi europei non sono stati eletti per fare guerra alla Russia, ma per garantire il benessere, possibilmente in condizioni di pace, dei cittadini. E, se riescono male in questa impresa, non se la prendessero né con Putin né con il popolo che soffre né con chi protesta.

Questa guerra, questa politica, questa rigidità atlantista cominciano costarci davvero troppo, in termini sociali. E in termini di libertà.

 

 

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