Campagna elettorale, ecco già la prima pagella per i leader

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È cominciata la campagna elettorale più accaldata della storia politica italiana. Una campagna di corsa e sotto l’ombrellone, ma nella quale le idee sono (al momento) latitanti. Tant’è che il dibattito pare finora egemonizzato da un convitato di pietra: Mario Draghi, che si presenta in forma di agenda. L’agenda Draghi, per l’appunto. Volendo quindi dare un voto ai leader in questo inizio di campagna, è difficile trovarne qualcuno che superi l’insufficienza.

Netta è ad esempio l’insufficienza per Silvio Berlusconi. Ha sparato per primo, convinto che un bruciante inizio di campagna potesse già regalargli un consistente vantaggio. Ma forse ha sbagliato anno, visto che l’esordio, a poche ore dal fischio d’inizio decretato dall’arbitro Sergio Mattarella, è stato disastroso. Un coro di fischi, lazzi e risate ha infatti accolto le sue due proposte: pensioni minime a 1000 euro al mese e un milione di alberi piantati ogni anno. Quella di alzare le pensioni minime fu già una sua idea-forza nella campagna elettorale del 2001: all’epoca c’era ancora la lira e promise un milione. Dopo 21 anni, la magia non funziona più. E non c’è niente di peggio, per un fantasista come lui, che dimostrarsi così privo di fantasia.

La proposta del milione di alberi si è rivelata poi un vero e proprio infortunio: dal pur sbrindellato M5S, gli hanno ricordato con sarcasmo che la mitica agenda Draghi già prevede di piantarne un numero superiore. Forse Silvio pensava di bissare il successo del famoso milione di posti di lavoro all’anno annunciati nel 1994. La promessa non fu mantenuta, anche perché il suo governo durò appena 8 mesi. Però quell’annuncio passò alla storia.

Saremmo tentati di dargli un 4 ½ , in considerazione dell’età. Però il fatto che abbia scatenato la sua compagna Marta Fascina contro Brunetta, Gelmini e Carfagna  è stato un gesto davvero inelegante. E siamo costretti a essere più severi: 4= è anche troppo.

Rimanendo nell’ambito del centrodestra, è il caso di notare che neanche Matteo Salvini sta brillando per originalità. Zero clandestini, flat tax, rottamazione delle cartelle esattoriali sono i tre punti con i quali s’è lanciato nella campagna d’estate. Anche per lui è come se il tempo si fosse fermato, come se fossimo nel 2018 oppure nella prima, per lui trionfale, parte del 2019, quando ingaggiò il memorabile braccio di ferro con la comandante Carola e gli altri capitani di navi ong cariche di migranti.

Non si è accorto che ci sono oggi altri problemi, piuttosto urgenti, come la necessità di far affluire le altre tranche di finanziamento del Pnrr, insieme alle emergenze dell’inflazione e del caro bolletta. Dovrebbe cercare di fare una faccia meno feroce e più rassicurante.

In compenso, s’è tagliato la barba. Ma ci vuole altro che un cambio di look per mantenere i voti che ha e per attrarne eventualmente di nuovi.  Meriterebbe 5, ma gli diamo 5 ½ per incoraggiamento.

Chi si muove poco è invece Giorgia Meloni. E il motivo è semplice: la campagna gliela stanno facendo gli altri, a partite dal “New York Times”, che parla di “ombre nere” sull’Italia, e per finire con Enrico Letta, che l’ha designata come l’avversario da battere. «L’Italia scelga tra noi e Meloni», ha detto il segretario dem in una intervista a “la Repubblica”. Al momento, la leader FdI gioca di rimessa. Ha parlato del «solito fango» che stanno gettando sul suo partito. Ma dovrà presto uscire dal guscio e giocare a tutto campo, soprattutto in relazione al programma del centrodestra.

Sul piano economico-sociale, la proposta di FdI punta sul taglio del cuneo fiscale e sulla promozione del lavoro, ma dovrà armonizzarla con la flat tax e con la pace fiscale sostenute da Lega e Forza Italia. L’importante per lei è valorizzare non solo l’identità di FdI ma affermare anche la posizione complessiva della coalizione. E questo se vuole realmente proporsi come candidato premier del centrodestra, non pensando solo al proprio orticello. Merita un 6, perché non si è esposta con dichiarazioni avventate, aspettando il momento giusto per intervenite. Ma dovrà presto passare all’attacco, se vuole essere all’altezza delle sue ambizioni.

E veniamo al centrosinistra, o come lo vogliamo chiamare, l’area attualmente più disastrata. Il suo collante è la famosa agenda Draghi, vista come chiave per aprire il forziere dei mitici voti “moderati” e giocare sulle paure di una parte dell’elettorato.

Enrico Letta ha capito che è controproducente schiacciarsi sul programma del governo dimissionario, anche perché ci sono voti di “sinistra” che potrebbero essere intercettati. L’ideale sarebbe per lui avere come alleato una sorta di Mélenchon all’italiana, ma al momento una figura simile non c’è. Si parla in questi giorni di un possibile ingresso in politica di Maurizio Landini, ma si tratta di una prospettiva al di là da venire.

L’unico alleato di cui ora dispone è l’ostico Carlo Calenda, il quale può coprirgli solo  qualche settore di opinione alla sua destra. È per questo che il segretario dem, dice che l’agenda Draghi è solo un «punto di partenza», ma i contenuti “progressisti” con cui si propone di arricchire la sua proposta sono ancora piuttosto deboli: ambiente, ius scholae, “diritti” vari. Ci vuole altro per smuovere le livide masse degli impoveriti in questa fase di crisi sociale. Al momento, gli rimane solo di puntare sui rancorosi: «Chi ha fatto cadere il governo è già costato una quattordicesima». Ancora non ha trovato il modo di premere sul pedale della fiducia e della speranza. In queste prime mosse della campagna elettorale, non ha meritato la sufficienza. Ma gli diamo un 5 ½ perché ha ancora ampi margini di miglioramento.

Neanche Calenda ha finora lanciato un messaggio di ottimismo. L’agenda Draghi l’ha ribattezzata “agenda repubblicana”, ma il suo scopo pare al momento quello di puntare, non tanto a vincere le elezioni, quanto a impattarle. In modo che un Parlamento frammentato nella prossima legislatura invochi un ritorno di Draghi o di un altro personaggio che ne faccia le veci. La funzione che si è ritagliato è quella di sottrarre voti decisivi al centrodestra, pescando tra leghisti e forzisti delusi. Diciamo, alla fine, che il suo ruolo l’ha trovato. E un 6 lo merita in pieno.

Resta da dire di Renzi, Sala, Di Maio e di tutti gli altri orfani di Draghi in cerca di sistemazione. Per loro si è parlato di possibili accordi di “desistenza” nei collegi uninominali. Ma non si sa esattamente che fine faranno. Al momento non sono giudicabili. Per ora gli diamo un n.c. e poi vedremo.

Non classificabili sono anche Conte e quello che rimane del M5S. Per costoro si profila un futuro di irrilevanza e di marginalità, da incidente della storia che sta per essere riassorbito. L’unica possibilità è che, alla fine, vengano ripescati per “battere la destra”. Ma sono in tanti a non volerli più accanto. Un eventuale accordo con loro sarebbe sinonimo di pasticcio, un’operazione a perdere. Più di qualche grillino è destinato nel prossimo futuro a usufruire di quel reddito di cittadinanza che ha contribuito a imporre agli italiani.

Tutto il resto è noia.

 

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