Immigrati per Salvini, il sempreverde “pericolo nero” per Letta, l’incarico da premier per Meloni e Calenda, il triplo mandato ai “meritevoli” per Conte. Impossibile non farci caso; in questa brevissima e improvvisata campagna elettorale agostana i leader di partito parlano di tutto tranne che degli unici temi davvero importanti; ovvero l’economia e la tenuta del debito pubblico italiano, tornato a scricchiolare sotto il suo peso ora che a Francoforte hanno chiarito che l’era del sostegno sempre e comunque ai nostri titoli di stato è finita.
Non sorprende però che le forze in campo, sia quelle che si sono disfatte in maniera più o meno consapevole di SuperMario sia quelle che avrebbero volentieri proseguito la legislatura fino al suo termine naturale, si guardino bene dal parlarne. E il motivo è molto semplice: la classe politica italiana non ha la più pallida idea di come fare a risollevare l’economia italiana e non ha minimamente pensato a costruire un programma credibile prima di far cadere il governo tecnico dei capoccioni, che magari di sicuro di Pil, deficit e debito capivano qualcosa in più rispetto ai segretari delle varie Lega, FdI e M5S.
Per ora il paese tiene, perché il governo dimissionario continua a lavorare con ancora maggiore lena ora che sa di avere i giorni contati: proprio oggi il ministro dell’Economia Daniele Franco ha detto che grazie al miglioramento del quadro di finanza pubblica le risorse da destinare al nuovo decreto aiuti potrebbero salire a 14,3 miliardi. Dentro ci sarà un po’ di tutto, dallo sconto sulle accise della benzina alla conferma degli sgravi sulle bollette di luce e gas per le famiglie meno abbienti e forse pure un taglio dell’Iva sui prodotti di prima necessità, come pasta e pane o un’altra elargizione “una tantum” come i 200 euro stanziati con il precedente decreto.
Dal canto suo Draghi ha ricordato di voler coinvolgere le associazioni degli imprenditori e i sindacati in un autunno che si preannuncia caldo e potrebbe vederlo ancora in pista se i vincitori delle prossime elezioni dovessero tardare a formare un nuovo governo.
Ipotesi tutt’altro che improbabile considerando appunto quanto poco i partiti stanno ragionando sui temi economici: si ha quasi la sensazione che si voglia lasciar chiudere al governo tecnico tutti i dossier più spinosi (non solo la finanziaria, ma anche la ricapitalizzazione di Mps, la vendita di Ita e la sistemazione societaria di Tim) per non dover perdere subito consensi tra i cittadini.
Ma prima o poi Draghi lascerà Palazzo Chigi, e qualche dossier scottante dovrà per forza toccare al suo successore. Uno su tutti, quello sulle pensioni; secondo la Ragioneria dello Stato l’inflazione e la conseguente rivalutazione degli assegni porterà il costo delle pensioni all’astronomica percentuale del 16,2% del Pil .
Ecco perché tra una legge a favore del gender, l’ennesima misura contro i lavoratori stranieri e qualche fantasiosa proposta per far volatilizzare la spazzatura a impatto zero sarà bene che i nostri futuri governanti si facciano venire in mente per tenere in strada questa macchina impazzita e sempre più malandata che si chiama Italia.



