L’ultima puntata di “Suburra” non è stata scritta a Roma ma a Frosinone. Da giorni impazzano sul web le poco signorili parole pronunciate da un alto dignitario Pd, Albino Ruberti (in foto), capo di gabinetto del sindaco Gualtieri, davanti a un ristorante del capoluogo ciociaro: «Se deve inginocchà quella m… ! Lo ammazzo! Li ammazzo!».
Il video risale a due mesi fa e, fino ai giorni di Ferragosto, circolava solo in Ciociaria. Poi qualcuno, nell’imminenza della formazione delle liste per le prossime elezioni politiche, lo ha inviato al “Foglio”, facendo deflagrare il caso. Quello che sembrava un insignificante episodio da cronaca buffa locale ha invece innescato un tormentoso caso politico che mette in imbarazzo, non solo Gualtieri, ma gli stessi vertici i nazionali del Pd. Tant’è che Ruberti è stato costretto alle dimissioni. E anche l’altro protagonista della lite, Francesco De Angelis, altro pezzo da novanta del Pd a Roma e nel Lazio, ha dovuto rinunciare a qualcosa di molto ambito come la candidatura alle politiche.
Il fatto è che la tragicomica vicenda ha scoperto la botola del Partito democratico di Capitale e dintorni. È venuta così fuori la triste realtà di un Pd divorato dalla sete di potere e teatro di lotte interne furibonde, un sistema para-feudale che non ha nulla da invidiare ai carrozzoni clientelari della Prima Repubblica. In questo sistema sono di regola le tessere gonfiate, il correntismo esasperato, la guerra tra bande di potere.
Questo sistema è in vigore, non solo a Roma, ma nel resto del Lazio, a partire dalla provincia di Frosinone. Persino “la Repubblica”, giornale non certo sospetto di simpatie di destra, scrive che «tra partito, Comuni e società partecipate, chi a Frosinone è legato a un certo Pd sembra non rischiare la disoccupazione». Quella «che va emergendo in Ciociaria è una sorta di perentopoli».
Che tipo di ambientini fossero di casa nel Pd capitolino non è cosa che in realtà scopriamo oggi. Solo che in passato il sistema dei media puntava l’indice a destra nascondendo le malefatte della sinistra. In tal modo, un vero e proprio scandalo non è mai scoppiato. Ma già nel 2015, redigendo le risultanze di un’inchiesta interna del Pd sui circoli a Roma, l’ex ministro Fabrizio Barca dipingeva questo poco lusinghiero quadro: «Partito cattivo e pericoloso, che lavora per gli eletti anziché per i cittadini e subisce inane le scorribande dei capibastone». E, due anni prima, la giovane deputata piddina Marianna Madia, aveva rivelato che «nel partito romano ci sono associazioni a delinquere».
I protagonisti degli odierni fattacci tendono a minimizzare il caso affermando che la lite di Frosinone non sarebbe stato altro che una disputa calcistica finita a parolacce. A Roma si dice “metterci una pezza a colori”. Ma, in questo caso, la pezza è peggio del buco. Perché, al di là del fatto che a una simile spiegazione non crede nessuno, ci ritroveremmo in ogni caso con due alti responsabili della politica regionale che si comportano come due “coatti” di borgata (come a Roma si definiscono bulli e maleducati vari) adusi a litigare tra loro davanti a sordidi bar di periferia.
In realtà, secondo le prime ipotesi che girano sui giornali, dietro la lite tra Gualtieri e De Angelis ci sarebbe il lucroso affare delle polizze della Sanità nel Lazio. Il fratello di De Angelis, Vladimiro, è un broker assicurativo. Ed è il caso anche di ricordare che poco edificanti vicende emergono intorno al Consorzio industriale di Frosinone, di cui proprio Francesco è presidente. Una società della zona è sotto inchiesta per inquinamento ambientale e traffico illecito di rifiuti.
Gli altarini che saltano fuori oggi fanno doppiamente male al Pd romano. Gli fanno male per lo scandalo in sé e gli fanno anche male perché si ritorce contro i dem la pratica di attribuire il malcostume politico capitolino al campo della destra, una pratica alimentata anche dal micidiale sistema mediatico della sinistra che a suo tempo lanciò il fortunato filone cinematografico di Roma-Suburra.
E dire che Francesco De Angelis è chiamato il “Cannibale” per la sua voracità di voti e potere. Fa venire in mente un soprannome di altri tempi, lo “Squalo”, attribuito a Vittorio Sbardella, centurione andreottiano nella Capitale. All’epoca, la frase cult del generone politico romano era «a Fra’ che te serve»: così l’imprenditore Gaetano Caltagirone era solito salutare Franco Evangelisti, anch’egli grande dignitario andreottiano.
Oggi, nella Roma del “Cannibale”, la frase cult si avvia ad essere questa: «Se deve inginocchià …». A ciascuno il suo.



