Rincari di gas ed energia, si brancola nel buio

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Non si farà ricorso a nuovo deficit per calmierare il prezzo dei rincari di gas ed energia che stanno per abbattersi su famiglie e imprese.

Questa è la linea del premier Mario Draghi che ha risposto picche alla richiesta dei partiti di prevedere uno scostamento di bilancio. Questa semmai resterebbe l’ipotesi estrema. Conti alla mano servono almeno 15 miliardi per poter mettere in campo un provvedimento che possa aiutare a reggere il peso della crisi energetica, ma reperire le risorse resta un dilemma. Palazzo Chigi sta studiando soluzioni, anche se una linea di condotta certa ancora non c’è.

Sarebbero allo studio pacchetti di energia a prezzi calmierati, soprattutto per quelle aziende che consumano di più e fondi per una cassa integrazione straordinaria per le imprese costrette a ridurre o fermare la produzione, proprio a causa dei rincari di gas ed energia.

Poi per i consumatori c’è la proroga del taglio delle accise sui carburanti, ovvero la conferma della riduzione di 30,5 centesimi al litro del prezzo della benzina e del gasolio. Si sta anche valutando un incremento del credito d’imposta sui maggiori costi delle bollette, che è del 25% per le imprese energivore e gasivore e del 15% per le altre, ed è stato già finanziato anche per le bollette del terzo trimestre dell’anno con 3,4 miliardi di euro nel decreto legge aiuti bis. Si punta ad aumentare le aliquote del credito d’imposta e la sua estensione anche agli esercizi commerciali.

Per far fronte al caro bollette per le famiglie si sta pensando di allungare i tempi di rateizzazione dei pagamenti.

Intanto si attende di capire cosa accadrà sui mercati olandesi, dove si decide quotidianamente il prezzo del gas. Se le quotazioni dovessero continuare a salire, allora si dovrà intervenire in tutta emergenza. I partiti in piena campagna elettorale chiedono provvedimenti rapidi ed incisivi, ma super-Mario che non è candidato non intende farsi dettare la linea da nessuno, ancora meno da chi chiede di mettere subito in campo uno scostamento di bilancio.

I partiti dal canto loro giocano a fare i responsabili. Giorgia Meloni è d’accordo con la linea della prudenza di Draghi che non vuole produrre altro deficit, mentre Salvini invoca una sorta di armistizio fra le forze politiche per trovare insieme le migliori soluzioni pur continuando regolarmente la campagna elettorale che invece il leader di Azione Calenda ha chiesto di sospendere temporaneamente. Entrambi propongono la stessa cosa, ovvero un armistizio fra partiti, ma Salvini accusa Calenda di voler fermare la campagna elettorale sapendo di aver già perso e l’altro risponde che alla fine il leader leghista ha strillato tanto per accodarsi a lui. Da parte del Pd c’è una sorta di via libera al governo per qualsiasi soluzione deciderà di adottare, mentre i 5Stelle si dicono pronti a sedersi intorno ad un tavolo per discutere di come calmierare i costi delle bollette.

Ma c’è un aspetto che non torna e che ha messo in luce il quotidiano Open: Che fine hanno fatto gli extraprofitti delle aziende dell’energia? Scrive Open: “Dove sono finiti i dieci miliardi di extraprofitti delle aziende energetiche? Mentre il governo Draghi prepara un intervento per coprire gli aumenti del gas in arrivo su famiglie e imprese, la cassa piange. Con il Decreto Aiuti Bis l’esecutivo aveva programmato di incassare 10,5 miliardi di euro con una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore. In due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Ma la maggior parte delle aziende ha deciso di non pagare. Confidando sull’incostituzionalità della misura. Per questo oggi il governo non sa dove trovare i fondi per l’intervento. E il tempo stringe”.

Repubblica riferisce che diverse aziende del Lazio, almeno venti, hanno fatto ricorso davanti al tribunale amministrativo regionale del Lazio che si pronuncerà non prima di novembre. E fino ad allora i ricorrenti non intendono versare un centesimo. Fatto sta, come riporta ancora Open, che ” Il Mef aveva stimato che la tassa riguardava una platea di circa 10 mila aziende. La metà degli introiti, 5 miliardi, sarebbe arrivata dalle aziende medie e piccole. Il resto dai colossi come Eni ed Enel. Ma di miliardi in cassa alla fine ne è arrivato soltanto uno”. Un braccio di ferro che rischia di costare molto caro.

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