Il Pnrr costa troppo? Lo tagliamo al Sud

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Attraverso il rumore di fondo di una campagna elettorale mai così povera per contenuti e idee, riverbera in maniera inquietante il silenzio di due persone. Una l’avete indovinata subito, è il premier a tempo Mario Draghi, che sta ostentatamente evitando qualunque possibile coinvolgimento nella prossima chiamata alle urne, limitando le rare dichiarazioni pubbliche all’illustrazione dei lavori che l’attuale esecutivo sta portando a compimento.
L’assenza dell’altro si nota meno, ma è quasi altrettanto notevole. Stiamo parlando di Giancarlo Giorgetti, ministro del governo Draghi in quota al partito che di quel governo ha deciso la fine prematura.
Un provvidenziale – non è dato sapere se diplomatico o no – mal di schiena gli ha impedito di partecipare alla convention di Cernobbio, dove i partiti si stanno litigando i favori dell’establishment economico del paese. Se si fosse presentato alla platea qual è la posizione della Lega rispetto al Pnrr, che la sua futura capo di coalizione Meloni un giorno vuole riscrivere e l’altro solo limare, mentre il suo capo di partito invoca uno scostamento di bilancio che il suo capo di governo non vuole assolutamente autorizzare.
Insomma, si può ben immaginare che quel mal di schiena a Giorgetti sia risultato comodo. Anche se il ministro non è che stia sempre zitto; diciamo che se parla preferisce farlo quando i microfoni sono lontani e animare i retroscena non virgolettati dei giornali.
Ieri per esempio Francesco Verderami riportava sul Corriere della Sera che il Pnrr dovrà essere rifatto; non per le velleità della capa di FdI ma perché i progetti pensati in un’epoca in cui l’energia costava sette volte di meno oggi, la manodopera era abbondante e le materie prime facili da reperire sono oggi irrealizzabili. Insomma, ci sono i soldi, ma manca tutto quel che serve per utilizzarli.
Le soluzioni sono due; o si trovano altri soldi (improbabile, perché l’Unione Europea tornata “frugale” difficilmente sarebbe disposta a rimettere mano ai cordoni della borsa) oppure si rinuncia a qualche opera. Questa scelta rischia di trasformarsi in una vera e propria bomba, perché i progetti cui rinunciare più facilmente, perché in stadio di lavorazione più arretrato e perché resi più macchinosi da una pubblica amministrazione locale meno efficiente, sono quelli che riguardano il Sud Italia.
Ora, dato che il prossimo governo sarà probabilmente settentrionale quanto e più di quello attuale – basta a dimostrarlo le dichiarazioni arrivate dai leader su quella “secessione morbida” che risponde al nome di autonomia regionale differenziata – c’è da domandarsi se la soluzione B prospettata da Giorgetti sarà quella che verrà effettivamente applicata quando ci si renderà conto che quel libro dei sogni che è il PNRR va sfrondato di qualche centinaio di pagine.
Si prospettano tempi duri: tra i partiti l’unico che sembra interessato ai bisogni dei cittadini del Meridione è il M5S, che però sa rispondere solo con l’assistenzialismo, che già tanti danni ha fatto nei decenni passati. L’unica pallida speranza è da riporre nell’Unione Europea, che ha già chiarito in passato come i fondi del Next Generation Eu servono a colmare le distanze tra i territori, realizzando quella parità di condizioni di partenza di tutti i cittadini che la nostra Costituzione promette, senza averla mai realizzata, da oltre settant’anni.
Ma la Lega, si sa, è sempre pronta a disattendere le indicazioni che vengono da Bruxelles.

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