Regno Unito. Le spine di re Carlo III: la Truss, il Commonwealth e Meghan

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Una domanda dobbiamo porcela: se dovesse scomparire un nostro leader politico o un capo dello Stato, vedremmo le stesse persone accorrere in massa per vedere un feretro passare per le vie delle nostre città, o partecipare commossi (non formalmente) a riti pubblici che affondano le radici nei secoli, come sta accadendo in questi giorni, dopo la morte della regina Elisabetta?

La riposta è no. E come italiani, repubblicani, moderni, progressisti, dovremmo interrogarci su questo profondo iato tra una società, sempre più individualista, tossica, incattivita, familista amorale, materialista, disincantata, delusa, e istituzioni, classe politica dirigente percepite sempre più come caste, come presenze lontane, incompetenti oppure come mero braccio di poteri forti internazionali.
Dovremmo approfondire, infatti, le ragioni storiche per cui noi ad esempio, non abbiamo una coscienza unitaria, una memoria condivisa, un vero amore patriottico per la nostra storia, tradizione, identità culturale, religiosa etc. Patriottismo che riscopriamo istericamente e fideisticamente solo in occasione di vittorie sportive.

Forse l’ubriacatura retorica del fascismo, dopo l’illusione di grandezza imperiale, ha provocato una reazione dura a morire, che ci ha portati da un lato, all’autolesionismo nazionale; dall’altro, all’esterofilia: gli altri sono perennemente migliori di noi.

Tornando al Regno Unito, adesso re Carlo III avrà alcuni problemi da gestire e risolvere.
Innanzitutto ha colpito il suo primo discorso, comunicato in modo solenne, ma anche empatico, a differenza della madre. Segno di una monarchia che sarà più in linea con la passionalità e il cuore della gente.
Molti osservatori, considerando la sensibilità ambientale, sociale e culturale del nuovo re, sono convinti che, pur nel rispetto delle sue prerogative, saprà esercitare il suo ruolo di moral suasion, arbitrale, con una postura nuova, mettendo al centro e orientando da protagonista il dibattito politico inglese sui grandi temi mondiali.
I massi che dovrà spostare al momento sono tre: il rapporto con il nuovo primo ministro conservatore Mary Elizabeth Truss, una sorta di Thatcher rediviva, con l’obiettivo di gestire le emergenze energetiche, pandemiche ed economiche, la Brexit, riequilibrando le spinte troppo corporative che ci saranno; poi, la tenuta del Commonwealth, di fronte al vuoto lasciato dalla regina (si pensi alle prime fibrillazioni in Jamaica), e la “sindrome di Diana”, oggi incarnata da Meghan.

Il suo tour per il Regno e l’ex-impero sarà fondamentale per unificare tutto, ribadire i vincoli passati, ma pure per negoziare e veicolare la sua nuova idea di monarchia.
Perché tra i rischi c’è pure Meghan? Non per gli effetti del business vecchio come il cucco (libri bomba, rivelazioni-choc etc), di spalare sterco sul piatto dove si mangia o si è mangiato (strategia commerciale dei duchi di Sussex), ma per l’affermazione di un diverso sentimento monarchico, che la moglie di Harry, da americana, incarna esattamente, come a suo tempo Lady Diana. Un patos emotivo, sentimentaloide, individualista, più da fiction, da Barbara D’Urso, Grande Fratello, Amici, una monarchia per cantanti, attricette, fotoromanzi, per sartine e commesse, intrinsecamente repubblicano, che mette sullo stesso piano monarchia, spettacolo, gli umori e le pulsioni collettive dell’io; tutto il contrario del sentimento tradizionale e popolare che ha legato finora i sudditi alla Corona, basato sul rispetto, il fascino, la magia, il senso del pubblico e dell’oggettività delle istituzioni, che solo la distanza assicura e garantisce.
Ci sono due strade per minare la monarchia. Una esterna e una interna. La seconda è più pericolosa.

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