Centenario della marcia su Roma, intellettuali col torcicollo

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Il centenario della marcia su Roma sta producendo un’alluvione di libri sul fascismo. Antonio Scurati continua il suo improbabile viaggio nella mente (immaginaria) di “M”, mentre Aldo Cazzullo propone il duce come un “capobanda” privo di scrupoli. Mirella Serri stronca da parte sua la politica mussoliniana sulle donne. Alessandro Campi e Sergio Rizzo pensano invece che occorra indagare le ragioni dell’“ombra lunga” del fascismo.

Sono soltanto alcune delle numerose proposte editoriali di queste settimane. Né la televisione sarà da meno. Ha cominciato La7 con una funebre ricostruzione della presa di potere da parte di Benito Mussolini (“Una giornata particolare”) officiata dal solito Cazzullo. Anche Raistoria farà la sua parte, mentre si prepara a piombare sulle sale cinematografiche (il 20 ottobre) il film-documentario del visionario regista Mark Cousins,  film dedicato per l’appunto alla marcia su Roma e che qualche polemicuccia l’ha già provocata alla Mostra di Venezia.

Al di là della ricorrenza, c’è qualcosa di nevrotico e di ossessivo in una parte di queste ricostruzioni storiche, una sorta di esorcismo dell’esperienza storica mussoliniana (ci riferiamo a Scurati, alla Serri e a Cazzullo), come se il fascismo, a 100 anni dalla marcia su Roma e a 77 dalla fine della  guerra, fosse un pericolo incombente per le istituzioni democratiche o una malattia dello spirito da prevenire con adeguata profilassi. «È tempo di dimostrare e di raccontare –dice Cazzullo-  che Mussolini era diverso dall’idea che ce ne siamo fatti. Che del fascismo noi italiani dovremmo vergognarci».

Che senso ha tutto ciò? Che senso ha continuare a riproporre il fascismo in forma di spauracchio? Certo, alcuni avranno probabilmente interiorizzato la mistica dell’Ur-fascismo (il fascismo eterno) lanciata da Umberto Eco nel 1994, al tempo del primo governo Berlusconi e mentre una parte degli intellettuali italiani vivevano il trauma dei “fascisti” (allora c’era il Msi-An) al governo. Ma si tratta comunque di memorie residue, riflessi pavloviani sopravvissuti, fobie ancestrali.

Ed è bene anche aggiungere che persino i leader nazionali hanno ormai abbandonato la pratica dell’uso politico della storia: se Enrico Letta, da una parte, ha rinunciato a brandire  l’antifascismo doc contro Giorgia Meloni, persino Silvio Berlusconi, dall’altra, non propone più (e da molto tempo) i “comunisti” come un pericolo permanente alla società libera.

In realtà il problema è più profondo e riguarda la coscienza italiana, o per meglio dire i nodi storici mai sciolti, le ideologie fallite, le pagine rimosse che ci portiamo dentro come popolo e che continuano a fare, della nostra memoria storica, un fattore, non di coesione (come accade presso i popoli pacificati con il proprio passato), ma di divisione, come accade invece ai popoli in conflitto con se stessi.

Proprio qui sta il punto: un popolo che vive un conflitto nella propria coscienza, un popolo che non riesce a esplorare con serenità tutti gli angoli del proprio vissuto di nazione è un popolo condannato a rivivere il trauma della guerra civile. Non certo nelle piazze, fortunatamente, ma nell’immaginario, nella coscienza (infelice) di sé.

E sono proprio gli intellettuali i maggiori interpreti di questa infelicità. Spettava  loro di costruire una mitologia repubblicana e antifascista, tale da favorire una forte identificazione simbolica tra popolo e istituzioni democratiche. Ma questa operazione pedagogica non è riuscita. E oggi ci troviamo nel punto massimo del distacco morale, emotivo e spirituale tra la gente comune e il Palazzo del potere. Da qui lo sgomento degli intellettuali quando osservano che la disaffezione per la politica va di pari passo con la disaffezione per l’antifascismo.

Il loro errore di fondo consiste nel ritenere che il mancato radicamento della “religione civile” dell’antifascismo, con l’eccezione di alcune zone del Paese, dipenda da una sotterranea pulsione fascista (o qualcosa di simile, adatto ai nostri tempi) che percorrerebbe  la coscienza nazionale. A lorsignori non viene in mente di ribaltare il discorso: l’interesse storico, più o meno diffuso, per il fascismo, non è che ricerca di una narrazione più autentica rispetto a quella ufficiale, percepita come retorica.

Una vicenda emblematica e che, a udirla, mette un po’ di malinconia è quella della scrittrice Michela Marzano, la quale ha dichiarato di aver provato «vergogna» alla scoperta che il nonno era stato un fascista della prima ora e che non si era mai pentito. Questa verità non le era mai stata rivelata dai suoi genitori. Tale è stato il suo turbamento interiore che ha sentito il bisogno di scriverci sopra un libro sospeso tra storia, memoria e introspezione.

È una triste storia italiana. È la malinconia dell’antifascismo che non è riuscito a farsi riconoscere come autobiografia della nazione.

 

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