L’ultimo sfregio di Salvini a Draghi: rottamata pure la delega fiscale

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70 audizioni parlamentari proseguiti lungo quasi due anni e culminate nell’approvazione del testo alla Camera il 22 giugno. Un lavoro enorme per portare a casa la delega fiscale, una delle riforme cardine dell’esecutivo Draghi. Lavoro che ieri si è dimostrato essere stato del tutto inutile dopo che il centrodestra l’ha definitivamente affossata al Senato.
Responsabile materiale della rottamazione è stata la Lega, che nella riunione dei capigruppo di Palazzo Madama ha preteso di votare in blocco la delega, la quale però comprendeva disegni di legge fortemente osteggiati da una o dall’altra formazione politica, come la riforma dell’ergastolo ostativo o quella dell’equo compenso. Risultato finale: la riforma non è neanche arrivata in Aula. Il tradimento era atteso dal premier che la scorsa settimana, prima di partire per gli Stati Uniti, aveva detto riferendosi alla Lega: “Il governo ha mantenuto la sua parola, di tutte le forze politiche una non ha mantenuto la sua parola e non l’ha votata ora”. Secondo il premier “Non mantenere la parola data non è il metodo di questo governo, perciò è meglio essere chiari su questo: c’è una grossa differenza tra chi la mantiene e chi non la mantiene”.
Parole che hanno lasciato del tutto indifferente Salvini, ormai in gara con Conte nel dire il peggio possibile del capo del governo che loro stessi hanno sostenuto per 18 mesi. Non verrà quindi realizzata quella riforma delle tasse che avrebbe tolto di mezzo una volta per tutte l’Irap, ridotto le aliquote Irpef fino a prevedere una flat tax sopra i 65mila euro l’anno di redditi e introdotto il cashback digitale. E sparisce pure la tanto discussa riforma del catasto, che nonostante l’impegno di Palazzo Chigi a non usarla per aumentare le tasse aveva causato un’alzata di scudi di tutto il centrodestra, sia quello all’opposizione vera (FdI) che mascherata (Lega e Forza Italia).
A Draghi non è bastato assicurare che i decreti attuativi, ovvero le norme che sarebbero state necessarie per rendere operative le riforme, sarebbero state tutte demandate al prossimo esecutivo. Il centrodestra, alle prese con promesse più o meno fantasiose di una flat tax per tutti, voleva le mani completamente libere, e se le è tenute approfittando del fatto che il pacchetto di riforme, pur facendo parte del PNRR, non ne era una parte vincolante. Detto in altre parole, a buttare a mare la riforma non si rischiava di perdere fondi.
Se sono stati quindi Meloni, Berlusconi e Salvini ad accoltellare per l’ennesima volta Draghi, non è che Letta si sia esattamente prodigato per aiutarlo. In effetti per il centrosinistra quella riforma che alla destra pareva statalista è fin troppo liberale. L’idea di tassare in modo proporzionale i capitali con aliquote fisse e di favore era osteggiata soprattutto dai Fratoianni e Bonelli, che il segretario del Pd ha scelto come compagni di strada in queste elezioni, con buona pace del sostegno offerto per quasi due anni all’ex banchiere centrale.
È vero che in teoria un futuro governo potrebbe riprendere le fila da dove il lavoro è stato interrotto, ma questo potrebbe accadere solo in caso di formazione dell’ennesimo governo tecnico, ipotesi credibile solo nel caso l’Italia si trovi a essere oggetto di una speculazione paragonabile a quella che quasi ci fece andare in default nel 2011. E questa eventualità pensiamo sia vista con timore anche dai maggiori sostenitori di un Draghi bis.

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