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Ucraina. Ecco cosa c’è dietro la mobilitazione parziale di Putin

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Cosa vuol dire in concreto “mobilitazione parziale”, come ha tuonato urbi et orbi Putin? Lo zar, evidentemente, non ha in mente la coscrizione obbligatoria di tutta la popolazione in età da militare, ma ha legato, come chiaro per chi si intende di geopolitica, la sua dichiarazione-intenzione-ordine, ai referendum che organizzerà in Donbass.

La stampa, il mainstream, i politici europei, in primis i nostri, ossessionati dall’orso comunista, fan mistici della Ue, di Biden e dei valori di libertà democratica, tutti da analizzare, verificare nello specifico, giurano sulla palese debolezza di Mosca, sul rischio di una prossima defenestrazione di Putin, forti della recente avanzata più spettacolare che sostanziale, di Kiev (con le armi e i mercenari occidentali), nelle zone fino a qualche settimana fa occupate dai russi.

Peccato che la comunicazione propagandistica sia sempre in agguato e destinata a manipolare scientificamente l’opinione pubblica: quando i russi avanzavano si trattava di “avanzata difficoltosa” e di fronte alla sconfitta sul campo degli uomini di Zelensky, il lessico imposto era “riposizionamento strategico”. Quando si dice il pensiero unico che lava i cervelli. Adesso, ovviamente, Putin è allo sbando e Kiev vince alla grande. Con somma soddisfazione della lobby politica e intellettuale delle armi e delle sanzioni.

Tornando, però, alle controproposte di Putin, si possono approfondire da due diversi punti di vista: dall’ottica occidentale, e cioè un modo per ammettere le sue attuali difficoltà strategiche. Prova ne sono i continui avvicendamenti dei vertici militari, pure a costo di sacrificare uomini fedeli e vicinissimi a lui.
Attenzione: la critica interna a Putin non è mossa da una prospettiva pacifista, ma imperiale. Il partito dei militari, al contrario, gli rimprovera l’eccessiva moderazione e l’ingiustificato equilibrismo rispetto agli esiti troppo altalenanti del conflitto.
La mobilitazione parziale sarebbe, quindi, per i suoi contestatori, una sorta di via mediana tra la resa sul campo e la mobilitazione totale; iniziativa questa, non esente da rischi e contestazioni.

E poi, Putin sa benissimo che alimentando la spirale bellica, se viene nuovamente sconfitto, dovrà obbligatoriamente ricorrere ad armi non novecentesche, ma nucleari, assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni di fronte al mondo.
Dall’ottica di Mosca, invece, il referendum in Donbass, dando un risultato scontato, confermerebbe le ragioni iniziali dell’invasione dell’Ucraina: la difesa della popolazione russofona, vittima di una sanguinosa persecuzione fin dal 2014, con circa 14mila morti e la legittima reazione da parte di Mosca, di fronte a un accerchiamento internazionale della Nato, a guida Usa, che ha comprato economicamente, culturalmente l’Ucraina.
Staremo a vedere come andrà a finire. Di certo non siano alla puntata finale della guerra.

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