Giorgia archivia le elezioni e avvisa i suoi: adesso viene il difficile

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Ad appena un giorno dal trionfo elettorale per Giorgia Meloni è già tempo di togliere le bottiglie di spumante dalla tavola per far posto ai progetti per affrontare la prima grande sfida che la leader di FdI si trova davanti; preparare la prossima Finanziaria senza avere neanche un ministro dell’economia.
È dovuto a questo impegno da far tremare i polsi la richiesta, anzi l’ordine, di finirla subito con i festeggiamenti perché “abbiamo problemi enormi da affrontare, la crisi internazionale e quella economica”. La Meloni, che durante questa campagna elettorale ha preferito evitare le promesse roboanti dei suoi alleati Salvini e Berlusconi perché sapeva che poi i cittadini avrebbero chiesto a lei di mantenerle, appare allo stesso tempo determinata e preoccupata dalla sfida che le si para davanti.
Entro il 15 ottobre, appena due giorni dopo la prima convocazione delle nuove Camere, bisogna mandare a Bruxelles il Documento programmatico di bilancio per il 2023. È vero che ancora non occorrerà rispettare le strette regole imposte dal Patto di stabilità, in sospeso ancora per un anno, e che per mancanza di tempo ci si affiderà ancora al tandem uscente Draghi-Franco, ma la Meloni sa che da questo documento deriverà in buona parte la prossima Finanziaria, la quale a sua volta stabilirà la fattibilità di tutte le misure economiche annunciate in campagna elettorale. Fallirle significherebbe perdere da subito la fiducia di un elettorato che mai come in questi anni (si pensi agli improvvisi successi e alle ancor più immediate cadute di Renzi, Di Maio e Salvini) si è dimostrato poco paziente con i leader che si era scelto.
Per questo il primo obiettivo sembra orientato alla prudenza: la legge di Bilancio dovrebbe smuovere circa 30 miliardi di euro, una somma importante ma non sufficiente ad annullare i disagi patiti dagli italiani a causa del caro bollette, che il leader della Lega avrebbe voluto finanziare con uno scostamento di bilancio al quale la Meloni è sempre stata contraria. Nessuno si aspetti quindi chissà quali regali agli elettori, anche perché il periodo di crescita di cui aveva beneficiato il governo di Super Mario è ormai finito; se va bene nel 2023 avremo un aumento del Pil dello 0,6% (Fitch pronostica un drammatico -0,7%), non certo bastante a permettersi le spese pazze sognate da Matteo e Silvio con le loro flat tax, le pensioni anticipate e il reddito di cittadinanza esteso. Solo l’adeguamento delle pensioni all’inflazione costerà 10 miliardi, mentre addirittura 16 ne richiede il rinnovo contrattuale del pubblico impiego.
Come se non bastasse il governo entrante dovrà gestire tutti i grandi dossier economico-finanziari rimasti appesi: la cessione di Ita ad Air France, l’uscita del Mef dal capitale del Monte dei Paschi di Siena e il futuro della rete unica di Tim.
Ecco perché la Meloni pare sparita dai radar; per nascondersi, non dagli elettori ma dagli alleati e dai consiglieri che ancora parlano di aumentare le spese in barba alle regole europee. Non hanno capito, a differenza di Giorgia, che la campagna elettorale è finita. E che governare un paese economicamente malconcio come il nostro richiede tutta un’altra arte.

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