Attacco a Nord Stream 2, Capuozzo: “Troppi indizi portano in una direzione”

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Il portavoce della società di gestione del gasdotto Nord Stream 2 ha riferito che è finita la fuga di gas dalla condotta, iniziata dopo le esplosioni sospette dei giorni scorsi nel mar Baltico. Fonti di intelligence citate dalla rivista tedesca Spiegel ritengono che gli oleodotti Nord Stream 1 e 2, nelle zone economiche esclusive di Svezia e Danimarca, siano stati colpiti in quattro punti da esplosioni con 500 chili di tritolo, l’equivalente della potenza esplosiva di una bomba di aereo. Ma chi sono gli autori dei sabotaggi? Gli americani allo scopo di spezzare definitivamente i legami energetici fra Europa e Russia, o gli stessi russi per poter chiudere definitivamente i rubinetti del gas all’Europa e metterla in ginocchio? Lo abbiamo chiesto a Toni Capuozzo, giornalista, scrittore, blogger, inviato di guerra ed esperto di scenari geopolitici.

Si è fatto un’idea di chi possa essere l’autore degli attacchi contro Nord Stream 2?

“Il primo ragionamento da fare consiste nel capire a chi giova tutto questo. A me pare molto strano che la Russia possa danneggiare irreparabilmente un’infrastruttura strategica che gli è costata svariati miliardi in solido con la Germania e che in futuro potrebbe portargli lauti guadagni. Sarebbe un atto di autolesionismo, rivolto inoltre ad ottenere cosa? Non esiste una risposta logica e intelligente”.

Quindi?

“Quindi ritengo molto più fondati i sospetti che conducono in direzione degli Stati Uniti che hanno invece mille ragioni per fare un’azione del genere”.

Quali sono queste ragioni?

“In primo luogo c’è la volontà a mio giudizio di lanciare un messaggio chiaro all’Europa, ovvero che non si tratta sulle sanzioni alla Russia e che la scelta di tagliare il cordone ombelicale con Mosca in campo energetico è definitiva. Poi ci sono gli indizi, come i sei elicotteri americani che come denunciato dai russi perlustravano la zona proprio il giorno dell’attentato. Particolare non indifferente inoltre, il fatto che quel tratto di mare è sotto il pieno controllo della Nato la quale il 13 settembre in quello stesso specchio d’acqua ha svolto un’esercitazione. Poi ci sono gli indizi cosiddetti pubblici come il discorso tenuto a febbraio da Biden in cui dichiara che un’eventuale aggressione russa all’Ucraina avrebbe comportato la fine di Nord Stream. Un mese prima ancora più esplicita in tal senso era stata Victoria Nuland. Poi non dimentichiamo che il gasdotto è da sempre nel mirino degli Stati Uniti, rappresentando di fatto il simbolo dell’intesa fra Europa e Russia che gli americani hanno sempre visto come il fumo negli occhi”.

Quindi è convinto che la matrice sia americana?

“Guardi, io ho conosciuto dei tecnici italiani che lavoravano sotto copertura con una impresa creata proprio per partecipare alla costruzione dell’infrastruttura, i quali mi hanno raccontato di dover lavorare in quelle condizioni perché tutte le ditte che partecipavano a Nord Stream 2 erano monitorate dagli Usa e rischiavano di subire embarghi”.

Cosa significa per l’Europa perdere Nord Stream?

“C’è un grosso problema di sovranità. E’ come se con questa azione gli americani abbiano chiaramente detto agli europei che non possono rifornirsi dove vogliono. Non ho elementi certi, ma ho la sensazione che ci fossero in corso dei contatti molto stretti fra Russia e Germania per riprendere il flusso del gas a determinate condizioni. Credo sia stata questa la miccia che ha acceso la polvere”.

Se le cose sono andate davvero così, a questo punto l’Europa non dovrebbe staccarsi ancora di più dall’influenza degli Stati Uniti e mettere in discussione l’appartenenza stessa alla Nato? 

“L’Europa le sue scelte le ha fatte, seppur con qualche divergenza al proprio interno, e ha deciso di seguire gli americani in quella che è una chiara politica di aggressione verso la Russia. La politica dei democratici Usa è molto chiara, ed è all’insegna del ‘con noi o contro di noi’. E’ molto difficile in un contesto del genere per gli europei anche solo ipotizzare una posizione autonoma o di terzietà mantenendo comunque in piedi l’Alleanza Atlantica. Nel momento in cui gli Stati Uniti si fanno aggressivi non esistono più mezze misure , o si sta con loro o si diventa nemici”.

A questo punto che futuro attende l’Europa in campo energetico?

“Il futuro mi sembra già scritto, ovvero compreremo il gas americano ad un prezzo molto più caro, con inevitabili conseguenze sul futuro delle imprese e delle famiglie. Per un’impresa italiana il prezzo della bolletta sarà almeno sette volte più caro di quello di un’analoga impresa americana o anche tedesca, visto che la Germania ha messo in campo un enorme stanziamento per calmierare l’impatto dei costi energetici. Da una parte dobbiamo temere il crollo del colosso tedesco essendo suoi grandi fornitori e questo comporterebbe una crisi pesante per la nostra economia, dall’altro però ci rassicura il fatto che le imprese tedesche riusciranno a sopravvivere grazie ad un cospicuo intervento finanziario dello Stato che noi invece non abbiamo ricevuto”.

Anche lei ritiene che i referendum che si sono tenuti nel Donbass e che hanno deciso l’annessione alla Russia sono stati una farsa?

“Che quei referendum abbiano valore legale soltanto per la Russia è un dato oggettivo visto che sono stati convocati in tutta fretta e senza una reale competizione elettorale. per giunta in una zona sottoposta ad occupazione militare russa. Del resto sono importanti unicamente per Mosca visto che forniranno a Putin il pretesto per considerare ogni attacco contro le quattro regioni secessioniste ed occupate, come un attacco alla madrepatria. Semmai il problema è un altro”.

Ossia?

“I referendum sono strumenti democratici per eccellenza, e sarebbe toccato all’Unione Europea organizzarli legalmente. Ci avrebbe dovuto pensare già nel 2014 prima che scoppiasse una guerra civile in cui una parte non irrilevante di cittadini ucraini ha deciso di staccarsi da Kiev e guardare a Mosca come proprio referente. Mettiamo il caso che le forze ucraine aiutate dall’Occidente riescano a riconquistare il Donbass dove da otto anni il governo di Kiev non esercita più alcun tipo di sovranità, cosa ne sarà delle popolazioni  che si sono dichiarate favorevoli all’annessione alla Russia? Ci sarà una nuova pulizia etnica? L’Europa purtroppo si è ridotta ad essere un mero fornitore di armi a Kiev, ma se prima che la crisi degenerasse avesse fatto ricorso all’istituto democratico del referendum, avremmo stabilito un principio sacrosanto: ovvero che il destino dei popoli si determina con gli strumenti propri della democrazia e non con la prepotenza delle armi, e soprattutto che i popoli devono essere liberi di scegliere il proprio destino indipendentemente dagli interessi delle grandi superpotenze”.

Come vede il futuro prossimo? Teme un’escalation della guerra con il ricorso alle armi nucleari?

“Le previsioni sono fosche visto che gli americani pare stiano pure installando un quartier generale in Germania per la gestione del conflitto. Non dimentichiamo però che a novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di medio termine e un’eventuale sconfitta dei democratici obbligherebbe la Casa Bianca a più miti consigli. In questo momento sono infatti i democratici a spingere di più l’acceleratore per la guerra. Ma anche un’eventuale vittoria potrebbe cambiare le cose, perché verrebbe meno il bisogno di presentarsi come i salvatori della democrazia nel mondo per aumentare il consenso interno”.

Come potrebbe concludersi il conflitto? A quali condizioni?

“Serve il negoziato, perché qui non intravedo possibilità di resa da nessuna parte. Non bastano le sconfitte militari che abbiamo visto nelle scorse settimane per piegare la Russia e detronizzare Putin come sperano gli americani. Ma anche la sconfitta dell’Ucraina è difficile da immaginare alla luce del sostegno militare occidentale. Quindi si può uscire dalla guerra soltanto con dei negoziati che naturalmente richiederanno sacrifici da ambo le parti, ma al tempo stesso favoriranno i compromessi necessari perché tutti possano cantare vittoria leccandosi le ferite. Se nei giorni scorsi c’è stato un importante scambio di prigionieri, allora vuol dire che il dialogo è possibile e che si può trattare anche su altre questioni molto più rilevanti”.

 

 

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