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Sanità in Calabria, il modello del dottor Tomaino

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Giuseppe Tomaino

Ci sono regioni in Italia in cui la sanità privata è diventata determinante a garantire i livelli minimi assistenziali. E’ il caso ad esempio della Calabria dove i privati hanno finito con il sostituire letteralmente lo Stato in quella che dovrebbe essere una funzione sociale. Eppure nonostante ciò l’iniziativa privata continua ad essere ostacolata a causa di lentezze burocratiche e regolamenti che rischiano di ripercuotersi negativamente sull’efficienza e l’efficacia delle prestazioni sanitarie garantite al paziente. Ne abbiamo parlato con il medico Giuseppe Tomaino direttore generale del gruppo privato cui fanno capo due importanti strutture sanitarie all’avanguardia in Calabria, ovvero il Poliambulatorio San Moscati e il Centro Odontoiatrico Tomaino considerati due fiori all’occhiello della sanità calabrese, che operano a Satriano in provincia di Catanzaro; nella prima struttura si erogano prestazioni in vari ambiti specialistici, la seconda è invece specializzata nel campo dell’odontoiatria con diversi ambulatori e un qualificato staff medico. Di questa seconda struttura il dottor Tomaino è anche direttore sanitario. Con lui abbiamo fatto il punto sullo stato di salute della sanità in Calabria e sulle possibili soluzioni utili ad assicurare un rapporto sempre più proficuo per i pazienti fra il settore pubblico e quello privato.

Come possiamo definire lo stato di salute della sanità in Calabria?

“La Calabria in materia di sanità è la cenerentola d’Italia ma sarebbe sbagliato ritenere che si tratti di una situazione isolata. In realtà le stesse problematiche che affliggono la Calabria riguardano molto di più di quanto si pensi, l’intero sistema Italia. La sanità in Calabria è commissariata da 12 anni e nonostante ciò comporti un forte controllo dello Stato centrale da remoto, restano immutate alcune criticità rilevanti che ci offrono una cartina di tornasole sulla reale efficacia della governance commissariale. Inoltre il livello dei servizi essenziali di assistenza è fortemente condizionato dal piano di rientro del debito certificato dallo Stato centrale. Il trend di innalzamento e di decrescita dei Lea rimane infatti all’interno di un margine di scostamento corrispondente al debito per cui questo piano di rientro è stato concepito. Poi in Calabria si avverte molto di più che altrove il grave problema causato dal calo demografico in rapporto all’aumento della popolazione anziana”.

In che modo?

“La nostra popolazione numericamente è molto più debole di altre regioni d’Italia, ma anche qui sarebbe sbagliato ragionare in un’ottica prettamente locale. Il calo delle nascite si può abbinare anche in Calabria come altrove ad un aumento della popolazione anziana over 70. Questo per certi versi rappresenta una sfida immediata che riguarda soprattutto la sostenibilità del sistema previdenziale e pensionistico, ma dall’altro lato crea una problematica enorme, legata all’assistenza da qui a dieci o quindici anni di quella popolazione oggi autosufficiente che domani non lo sarà più. Questo rende molto più vulnerabile un sistema sanitario come quello calabrese ed è fonte di grande preoccupazione. Non che nelle altre regioni il problema non si ponga, ma da noi dove la sanità è commissariata da 12 anni e ha difficoltà a fornire risposte efficienti ed efficaci in termini di produzione di salute, un rallentamento della capacità di presa in carico dei pazienti può costituire una criticità ancora più rilevante”.

Come impattano gli assetti istituzionali sulla produzione di salute?

“In Calabria la sanità è un comparto fortemente regolarizzato come del resto in tutta Italia ed in Europa, ma qui dove l’inerzia amministrativa è una caratteristica fondamentale, c’è un impatto molto forte e decisivo sulle capacità e sulle volontà di fare impresa in ambito sanitario. Un imprenditore che ha un capitale da investire in sanità vede infatti la Calabria come una terra attrattiva dove poter colmare le inefficienze dei livelli sanitari pubblici, ma dall’altro è anche consapevole dei rischi connessi ad un sistema amministrativo e burocratico molto lento per ciò che riguarda il settore regolamentare e la concessione delle autorizzazioni. Esiste la legge statale 502 che disciplina i criteri con cui le regioni possono rilasciare le autorizzazioni all’apertura di nuove strutture sanitarie in ambito privato accreditato in base al fabbisogno territoriale; ora questo tipo di legge, in una situazione emergenziale come quella che c’è in Calabria, dovrebbe automaticamente comportare l’abolizione di alcune regolamentazioni che rallentano e impediscono la capacità imprenditoriale dei privati”.

Come vi muovete in questa situazione molto critica?

“Rappresento un gruppo sanitario privato che opera in diversi ambiti della medicina e siamo consapevoli di come in questa regione, le prestazioni rilasciate ed eseguite dal privato che altrove risultano complementari all’attività principale eseguita dal sistema sanitario nazionale, diventano addirittura sostitutive. Laddove i livelli essenziali di assistenza non sono garantiti, il cittadino si trova costretto a far fronte ad un bisogno irrinunciabile come quello alla salute rivolgendosi al privato e pagando direttamente le prestazioni. Quindi in Calabria il privato, contrariamente a qualsiasi possibile chiave di lettura, è il primo a svolgere un ruolo sociale”.

E chi non può permettersi di pagare la prestazione? Che fine fa? Non viene assistito?

“Quando ci troviamo questo tipo di situazioni, in base alle disponibilità che ci vengono fornite invitiamo i pazienti a rivolgersi ad una onlus che abbiamo vicino alla nostra struttura sanitaria e che grazie alle discrete capienze economiche può farsi carico delle esigenze dei pazienti meno abbienti o compartecipare alle spese con coloro che possono soltanto parzialmente pagare la prestazione”.

Quindi la sanità in Calabria si regge tutta sulle spalle dei privati?

“Laddove non arriva il settore pubblico, in Calabria i privati fanno molto di più di ciò che compete loro in altre regioni. Noi però abbiamo anche delle proposte attuative per migliorare la situazione”.

Quali?

“Innanzitutto è necessario definire in maniera chiara quale ruolo deve svolgere il privato nell’assistenza sanitaria e con quale peso economico. La capacità di spesa consecutiva dello Stato per la sanità ammonta a svariati miliardi di euro, e sarebbe molto più utile rivalutarla in termini di prodotto interno lordo. Nel 2019 venivano destinati alla sanità 6,4 miliardi di euro, ma dalle previsioni del periodo 2023/2025 vediamo che la cifra scenderà a 6,1. Questo vuol dire che le possibilità di investimento dello Stato nella sanità sono sempre in fase decrescente. A fronte di ciò bisogna quindi avere il coraggio, sia nell’ambito della sfera politica che di quella sociale, di riconoscere che il privato svolge un ruolo essenziale, all’interno del quale instaurare un network pubblico-privato dove non vi sia conflittualità ma collaborazione fattiva: una collaborazione rivolta a fare in modo che anche la prestazione pagata all’interno della struttura privata possa dare al paziente la possibilità di beneficiare di ritorni fiscali”.

Quindi un sistema sanitario misto?

“Parlerei di via intermedia, ovvero la somma di tutti gli aspetti positivi del sistema universalistico tipico dell’Italia e di quello cosiddetto ‘a mercato’ che vige negli Stati Uniti, riformulando l’offerta sanitaria in chiave sia di accessibilità del paziente, ma anche di detrazioni di spesa e di auto finanziabilità delle prestazioni direttamente dal paziente, che è poi ciò che si verifica quotidianamente; non perché il paziente decide di pagare privatamente le prestazioni, ma perchè la condizione del sistema sanitario nazionale e regionale della Calabria lo obbliga a rivolgersi alle strutture private. Da ciò si deduce che il privato deve essere percepito come colui che aiuta il sistema sanitario nazionale a sopperire le carenze e non come un competitore da boicottare. Una situazione ancora più evidente se si passa dal sistema strettamente sanitario a quello socio sanitario e socio assistenziale. In Italia, e soprattutto in Calabria, i pazienti anziani non autosufficienti hanno una risposta bassissima da parte del sistema socio sanitario, mentre non ce l’hanno affatto sul piano socio assistenziale per l’assenza di particolari fondi destinati all’assistenza, ad eccezione di quelli dei Comuni. Si è così creata una sorta di autodeterminazione del problema attraverso il badantaggio. Basti pensare che in Italia esistono un milione di badanti che assistono i pazienti over 75 e svolgono un’attività non regolamentata. Ecco, usando una metafora possiamo concludere che il privato questo servizio lo svolge invece regolarmente”.

E per ciò che riguarda la carenza di personale, altro grave problema che afflige la sanità calabrese e che voi compensate grazie ai professionisti operanti nelle vostre strutture? 

“La Calabria potrebbe fungere da progetto pilota per la gestione della carenza del personale sanitario anche a livello nazionale. Le facoltà di medicina dovrebbero innanzitutto tornare ad essere accessibili con criteri meno rigidi e non necessariamente indirizzati, né verso la chiusura selettiva, né verso un’apertura indiscriminata. Dovrebbero essere invece orientate verso l’affermazione del fabbisogno reale, aprendo l’ingresso alle università con un sistema a fisarmonica, ovvero collegato alle esigenze di personale che mutano periodicamente. In questo modo si avrebbe sempre personale da poter immettere nelle strutture sanitarie. Al tempo stesso è necessario rendere nuovamente attrattivo anche il sistema sanitario nazionale per fare in modo che i medici possano tornare a credere nei concorsi che invece nelle strutture sanitarie pubbliche vanno sempre più deserti”.

E come farlo?

“Prevedendo un sistema di premialità basato sulla leva economica e volto ad essere incrementato proporzionalmente alle prestazioni garantite. Va assicurato certamente uno stipendio fisso al medico che lavora in ospedale, ma anche un premio per ogni prestazione eseguita per superare il raggiungimento di un livello minimo di prestazioni all’interno della struttura”.

 

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