Altro che Meloni, è Giorgetti il capitano coraggioso di questo esecutivo

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Non è vero che lo scorso luglio Mario Draghi fosse “stanco”, come disse Berlusconi in un maldestro tentativo di scaricare sul premier la responsabilità della caduta dell’esecutivo dei “migliori”, ma viene da pensare che alla luce della tempesta perfetta che si prepara a scaricarsi sull’Italia l’ex presidente Bce ora non sia più così dispiaciuto di essere stato disarcionato. Perché puoi pure essere Super Mario, ma per gestire le conseguenze sulle vite dei cittadini di un’inflazione mai vista dal 1985, una guerra mai più conosciuta dal 1945 e una pandemia che non dà tregua dal 2020 più che i superpoteri serve un miracolo. Soprattutto se stai guidando un paese europeo con un debito pubblico mostruoso, privo di materie prime, senza nucleare e già avviato alla recessione nel 2023.

Non sorprende quindi che Giorgia Meloni stia faticando moltissimo a trovare un candidato a occupare il ministero dell’Economia, una volta la poltrona più ambita di qualunque esecutivo – per alcuni persino più di quella di palazzo Chigi – e oggi invece rifiutata come un sottosegretariato qualsiasi. Anche se non sappiamo a quanti tecnici la leader di FdI abbia effettivamente offerto il posto, è fuori di dubbio che i no siano stati parecchi. La soluzione che sembra essere stata trovata, però, promette di accontentare tutti. Se davvero il posto di Daniele Franco verrà preso Giancarlo Giorgetti potrà dirsi contenta la Lega, che conquista con un misero 9% alle elezioni i cordoni della borsa, garantendosi un potere enorme, e sarà soddisfatta FdI, che impedirà alla stessa Lega di avanzare richieste economiche assurde (come la flat tax) e insostenibili per le finanze pubbliche. Un po’ meno contenta sarà Forza Italia, che a questo punto dovrà rinunciare alle mire sul MISE, riservato a FdI che non può privarsi, in quanto primo partito, di entrambi i ministeri economici.

Giorgetti piace anche perché da titolare al Mise ha dimostrato di avere ottime capacità manageriale e di sapersi confrontare con i sindacati, che finora sono stati sorprendentemente morbidi con la Meloni, a partire da quel Landini che ormai sembra aver avviato gli iscritti della Cgil verso un atteggiamento post-ideologico e molto pragmatico. Una brutta notizia per il Pd, che perde così l’ultima sponda sulla quale poteva ancora contare nel mondo delle fabbriche.

Resta da capire però se l’ex capo del Mise di dimostrerà all’altezza del compito; c’è chi già teme che avere un leghista a via XX settembre potrebbe ben presto tradursi in un dirottamente dei fonti infrastrutturali del Pnrr dal Sud al Nord, anche per tenere buoni i governatori del settentrione che reclamano maggiore autonomia – leggi più soldi – per le loro regioni. Inoltre, per quanto Giorgetti ormai da anni venga identificato come “quello bravo e ragionevole” del partito di via Bellerio, il suo status in Europa, dove ci sarà da discutere in sede di Consiglio europeo di price cap e dell’ennesimo rinvio delle regole di Maastricht, è ancora tutto da inventare.

Gli esami cominceranno subito: entro tre settimane al massimo bisognerà concordare con Bruxelles un disavanzo sufficiente a finanziare l’aumento delle bollette per famiglie e imprese, assicurando però che il percorso di diminuzione del debito non verrà interrotto. Una promessa impegnativa, da fare avendo a garante non il rassicurante – almeno per i mercati – Mario Draghi ma l’incognita Meloni. Se Giorgetti riuscirà nell’intento la Lega potrebbe aver trovato il suo vero leader post-Salvini.

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