Scholz “venditore porta a porta” per i cinesi

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Quando un capo di governo deve pubblicare una lettera sulle principali testate internazionali per giustificare l’opportunità di una missione diplomatica c’è qualche problema di credibilità. È quello che è toccato fare a Olaf Scholz, debolissimo cancelliere di un paese troppo potente, per rispondere alla pioggia di critiche cadute sulla sua testa quando si è diffusa la notizia che stava per recarsi a Pechino per incontrare il presidente Xi, primo leader occidentale a farlo dopo la rielezione dell’altro a segretario generale del partito.

In un testo pubblicato in tedesco sulla Frankfurter Allemaine Zeitung e in inglese su Politico.eu, il successore di Angela Merkel ha dato fondo al suo repertorio retorico da statista responsabile. A sentir lui bisogna andare perché la Cina, coi suoi 1,4 miliardi di abitanti e il secondo Pil dopo quello statunitense, avrà un ruolo centrale sul palcoscenico mondiale, e isolarla creerebbe più danni di quanti ne può risolvere. È al contrario necessario coinvolgere la Cina in confronti serrati per garantire che Pechino sia disposta a continuare il dialogo sul riscaldamento globale, la protezione della proprietà intellettuale e il trattamento equo dei cittadini stranieri.

Sarebbe tutto vero e giusto, se solo Scholz fosse partito con una delegazione squisitamente politica. Ha invece deciso di portarsi dietro mezza Confindustria tedesca, tradendo l’intenzione di comportarsi come il capodelegazione di un gruppo di industriali ansiosi di fare affari con la Cina. Con Scholz partiranno infatti i massimi dirigenti di giganti come BASF, Volkswagen, BMW e Siemens.

È ovvio quindi che qualunque discussione sul rispetto dei diritti civili nella regione abitata dagli Uiguri, su Taiwan, sul contenimento di Putin e sulle politiche ambientali sarà indebolita in partenza dal fatto che la Germania è intenzionata prima di tutto a fare affari. E il fatto che sia Scholz a visitare Pechino, e non il contrario, dimostra che Berlino accetta di mettersi in una posizione subordinata rispetto a Pechino.

La difesa di Scholz è talmente debole che sono stati costretti a intervenire persino i suoi partner di governo: la ministra degli Esteri Annalena Baerbock ha chiesto pubblicamente al cancelliere un atteggiamento meno accondiscendente nei confronti dei cinesi, e ha criticato l’accordo – difeso invece da Scholz – che ha consentito ai cinesi di acquisire una quota importante del porto di Amburgo, uno dei più grandi del mondo.

Richiesta che probabilmente resterà inascoltata, perché Scholz, come la Merkel, è guidato esclusivamente da preoccupazioni economiche, ed è pronto a ignorare i rischi geopolitici e di sicurezza causati da alleanze con paesi guidati da regimi autoritari (a quanto pare l’abbraccio con la Russia non ha insegnato niente). Più che dalle lamentele della Baerbock e le proteste che arrivano da Bruxelles il cancelliere è preoccupato dai dati dell’Ifo institut di Monaco, secondo il quale un allentamento dei legami economici con la Cina avrebbe sul Pil tedesco un impatto sei volte superiore a quello patito con la Brexit.

E forse una volta tanto gli studiosi peccano per difetto, se si pensa che la Cina esporta merci in Germania per 142 miliardi e ne importa per 103. Di fatto l’abbraccio con il dragone è molto più stretto di quello che la Merkel aveva stretto con l’orso russo. Berlino era legata a Mosca solo per il gas; con Pechino il rapporto di dipendenza riguarda tutto il resto. Forse è il momento di preoccuparsi un po’ meno di Putin e un po’ più di Xi.

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