Attenta Giorgia: Salvini fa il ministro dell’Economia

2 minuti di lettura

Un governo di centrodestra che non piace a Confindustria è, di solito, spacciato quanto uno di sinistra che si ritrova contestato in piazza dalla Cgil. Per questo motivo un sistema veloce per capire come sta andando l’esecutivo Meloni potrebbe essere sentire cosa ne dice Carlo Bonomi. O meglio, sarebbe veloce se non fosse che il numero uno degli industriali sembra non essere riuscito ancora a decifrare questo strano esecutivo, che alterna misure più draghiane di Draghi a fughe in avanti (si pensi alle pensioni e al tetto al contante) degne del governo gialloverde.

La confusione di Bonomi sta tutta nelle parole pronunciate ieri in uno storico feudo leghista (ma oggi a maggioranza FdI), il  Forum  della piccola industria di Mogliano Veneto. La Meloni viene lodata per la decisione di trivellare l’Adriatico per aumentare la nostra sovranità energetica, per la determinazione nel riformare il Reddito di cittadinanza negandolo agli abili al lavoro e soprattutto per aver ritagliato il decreto Aiuti su misura per le esigenze delle imprese.

Eppure il giudizio finale di Bonomi non è troppo positivo a causa di un grosso nelle politiche economiche del governo: la mancanza del taglio del cuneo fiscale, impossibile da finanziare se c’è da pensare prima all’anticipo dell’età pensionabile pretesa da Salvini e “compensare” la quasi certa diminuzione delle entrate fiscali seguita alla decisione di alzare il tetto all’uso del contante fino a 5mila euro. Tutto quello che Palazzo Chigi ha fatto finora è stato annunciare la proroga per il prossimo anno del taglio del 2% deciso dal governo precedente, impiegando circa 3,5 miliardi.

Un po’ poco rispetto alle richieste di Bonomi, che vorrebbe una riduzione stabile di cinque punti del costo del lavoro: sforzo che richiederebbe 16 miliardi di euro, di cui beneficerebbero per due terzi i dipendenti e per un terzo le aziende. Soprattutto, Bonomi vorrebbe che l’intervento venisse realizzato subito, prelevando «40-50 miliardi dalla spesa pubblica, appena il 4-5% in un Paese che spende oltre 1.000 miliardi all’anno». Il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso, presente all’incontro, è invece prudentissimo e per il taglio parla di “obiettivo di legislatura”, senza impegnarsi con cifre precise.

Il nodo del lavoro sembra insomma essere il tallone d’Achille della Meloni, che con le sue prime decisioni sembra più preoccupata di mandare la gente in pensione che di aumentare il numero di cittadini attivi. I numeri, diffusi per l’ennesima volta da Oscar Giannino su Affari&Finanza, sembrano richiedere un’azione ben diversa: in Italia appena il 60% della popolazione tra i 15 e i 64 anni è occupata, a fronte del 75% della Germania.

L’attuale esecutivo sembra preda delle pretese di Salvini, bravissimo a imporre la sua volontà pur essendo, oggi come nel 2018, junior partner nell’alleanza di governo. Tra prepensionamenti, flat tax innalzata per i lavoratori autonomi, pace fiscale, aumento al tetto del contante, non obbligatorietà dei pos e colpo di spugna sulle liberalizzazioni Giorgia sembra invece essere finita al posto di Gigi Di Maio, che pur avendo preso il triplo dei voti di Salvini lasciò che fosse questo a dettare l’agenda economica.

Se così sarà, c’è da scommettere che la stella della Meloni smetterà di splendere entro la presentazione della Finanziaria del 2024, quando i nodi verranno al pettine. In Confindustria hanno già preso nota.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Articolo precedente

Terna, inaugurato il Tyrrhenian Lab per la transizione energetica

Articolo successivo

Inchiesta online sulla salute realizzata con strumenti digitali

0  0,00