Regionali Lazio, Pd “costretto” a scegliere D’Amato. E nel centrodestra…

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La direzione del Partito Democratico del Lazio si è riunita ieri al Nazareno e ha approvato con un solo voto contrario  la relazione del segretario Bruno Astorre e la proposta di Alessio D’Amato come candidato Presidente della Regione Lazio.

Alla fine quindi al Pd non è rimasto che convergere sull’unico nome che è comunque in grado di garantire un’alleanza. Sfumata la possibilità di un’intesa con il Movimento 5Stelle, ai dem non è rimasto che guardare in direzione del Terzo Polo per non restare isolati come avvenuto alle elezioni politiche.

“Nessuna ombra di Calenda, questa è una candidatura unitaria che il Pd oggi mette a disposizione di tutta la coalizione- ha detto D’Amato – una coalizione la più ampia possibile che da domani deciderà anche sia gli aspetti programmatici che le modalità. Non ci sottraiamo neanche se verranno chieste le primarie, è la nostra genesi, se questo serve a contribuire ad allargare il perimetro della coalizione”.

Dal Nazareno si illudono ancora (ma non troppo) di portare a casa un accordo in extremis con Conte, che però difficilmente potrà convergere sul nome di D’Amato visto che è stato candidato in primis da Renzi e Calenda proprio per allontanare l’intesa con i5S. L’assessore uscente alla Sanità dunque è il nome su cui il Pd intende puntare per provare a vincere, in una sfida che però si preannuncia tutta in salita.

Francesco Boccia, che in queste settimane ha lavorato all’intesa con Conte, ha subito chiarito che il dialogo con i pentastellati rimane aperto: “Non è mai stato detto no a Conte sui temi che aveva posto, anche perché quelli sono i temi su cui abbiamo lavorato molto bene con Nicola Zingaretti in Regione – tiene a precisare – Noi abbiamo governato, e governato bene, cambiando la storia della sanità del Lazio, e oggi chi si tira indietro rischia, dopo aver portato Meloni a Palazzo Chigi, di consegnare alla destra anche la Regione Lazio”.

Ma anche dentro il M5S ci sono voci discordanti rispetto alla posizione assunta da Conte. E’ il caso di Roberta Lombardi, assessore della giunta uscente che aveva lavorato intensamente sul ticket con Daniele Leodori, l’uno presidente, l’altra vice, e che si è vista di fatto stoppata dallo stesso Conte che, con il No al termovalorizzatore della Capitale, ha di fatto vanificato tutto il lavoro di tessitura delle ultime settimane. Va detto che i vertici del Movimento non hanno mai visto di buon occhio l’alleanza Lombardi-Zingaretti e il progetto del campo largo, soprattutto perché mentre i dem spalancavano le porte in Regione, picconavano la giunta Raggi al Comune rifiutando qualsiasi possibile intesa sul nome dell’ex sindaca: a sua volta pronta a candidarsi in Regione contro un’ eventuale alleanza fra Pd e 5S.

La Lombardi ieri ha invitato comunque il Pd a non scartare l’idea delle primarie, presentando un candidato dal profilo progressista su cui poter far convergere il gradimento della sinistra, visto che nemmeno i Verdi sembrano gradire la candidatura di D’Amato. Primarie che tutti dicono di essere disposti ad organizzare, ma alle quali non crede nessuno. Sembra tanto un modo per tenere aperto il canale con il M5S, pur sapendo che un’ipotesi del genere rischierebbe di mandare al macero l’unica alleanza che il Pd è in grado di mettere in campo: quella con il Terzo Polo per l’appunto. 

Il segretario regionale Bruno Astorre insiste: “Nelle proposte programmatiche del Partito democratico sono comprese sostanzialmente tutte le proposte che ha fatto Giuseppe Conte: dalla mobilità sostenibile al lavoro, alla sanità, alla transizione energetica. Naturalmente l’unico punto che non c’è e che non ci potrebbe mai essere in un programma regionale è la questione del ciclo dei rifiuti di Roma, che attiene al sindaco di Roma, non è da programma regionale e su questo il Pd sostiene Roberto Gualtieri”.

Ma la strategia di Conte sembra chiara: affondare il Pd di Letta per mettere i dem nella condizione di capire che senza i 5Stelle non vincono più, e aspettare l’elezione del nuovo segretario per poter riaprire un dialogo una volta che Letta sarà uscito definitivamente di scena. Nel frattempo il leader 5S potrà respingere l’accusa di aver favorito la vittoria del centrodestra nel Lazio, aissando il vessillo della lotta al termavolorizzatore e tornare alle origini rivendicando una sorta di “purezza”ideologica  dimostrando, come già fatto alle politiche, che il Movimento non è disposto a barattare i suoi principi pur di governare a tutti i costi.

Ma anche nel centrodestra non è oro tutto ciò che luccica. Un candidato ancora non c’è. Toccherà a Fratelli d’Italia indicarlo. Sul trampolino di lancio ci sono Fabio Rampelli, storico dirigente della destra laziale, e il presidente della Croce Rossa Francesco Rocca. Rampelli sembra non entusiasmare troppo Forza Italia, almeno a giudicare dalle dichiarazioni di Antonio Tajani: “Non c’è stata ancora nessuna trattativa, vedremo, dovremo trovare la figura più idonea. Abbiamo trovato un accordo per Fontana in Lombardia. Ora dobbiamo trovare la figura più idonea per il Lazio, per raggiunge l’obiettivo che è vincere”. La figura di Rampelli è vista dagli azzurri come troppo marcatamente di destra e fortemente identitaria, posizione questa che sembrerebbe agevolare la candidatura di Rocca.

Ma nelle ultime ore ha preso a circolare anche il nome dell’europarlamentare Nicola Procaccini, già sindaco di Terracina, che in verità si è auto-candidato dicendosi disponibile a scendere in campo “se lo chiedesse la Meloni”. E c’è chi inevitabilmente ha letto l’uscita di Procaccini come un tentativo evidente di sparigliare le carte e i giochi. Repubblica ipotizza che sia stata proprio la Meloni a lanciare in pista Procaccini per fermare Rampelli e impedire che da governatore del Lazio possa rafforzarsi insieme alla sua corrente (come avvenne in passato con Storace nei confronti di Fini), dopo averlo escluso dall’area di governo dove ha voluto soltanto suoi fedelissimi. Repubblica si sa non guarda di buon occhio al centrodestra, ma è comunque evidente che se Atene piange, Sparta comunque non ride.

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