Putin e Dugin. Dietro il mistero di un post il Dna storico della Russia

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Dietro le ultime scottanti e inquietanti dichiarazioni di Aleksandr Dugin c’è un fitto mistero. L’ideologo nazionalista russo, considerato universalmente uno dei grandi ispiratori di Putin (sui temi come l’Eurasia, la futura prospettiva multipolare, l’identitarismo tradizionale continentale che l’Europa di oggi ha tradito e svenduto), avrebbe lanciato un forte monito allo zar.

Non avrebbe digerito il ritiro da Kherson, scrivendo pubblicamente che è e deve essere “l’ultimo possibile” e che, in caso di nuove battute d’arresto militari, chi è al potere deve essere eliminato.
Un oggettivo atto d’accusa verso l’attuale nomenklatura politica e militare.
Del resto, l’aver abbandonato Kherson ha lasciato interdetti molti osservatori internazionali e anche gli stessi sostenitori del Grande Capo.

Da un lato, qualcuno (le colombe) ha ipotizzato che sia stata una strategia dolorosa solo per iniziare una specie di percorso di pace; dall’altro, come era naturale aspettarsi, i falchi non hanno gradito. L’hanno considerata una mossa debole, che denota non solo il timore per la prosecuzione della guerra che non sta andando nella direzione giusta e voluta, ma anche l’evidente riconoscimento di errori militari compiuti finora. Ed errori politici: se si annette tutto il Donbass, facendo votare la popolazione, ritenendo quelle zone sovranità russa (e quindi, in caso di attacco, devono essere difese, come proprie terre e non terre conquistate), poi non si possono abbandonare di fronte all’avanzata dell’esercito ucraino. Dando l’impressione che Zelensky stia vincendo.

Le parole di Dugin poi, non si sono limitate a criticare la scelta degli alti vertici di Mosca, ma si sono spinte ben oltre: “L’autocrazia ha un aspetto negativo. Pieni poteri in caso di successo, ma anche piena responsabilità in caso di fallimento”. E ancora: “Diamo quindi al sovrano la pienezza assoluta del potere per proteggerci tutti – il popolo e lo Stato – in un momento critico. Se per questo si circonda di spiriti maligni o sputa sulla giustizia sociale, questo è spiacevole, ma sappiamo che ci protegge. E se non ci proteggesse? In quel caso lo attende il destino del ‘Re delle piogge’ (vedete Frazer)”.

Il riferimento è ad un racconto del ‘Ramo d’oro’ di James Frazer, in cui un re viene ucciso perché non riesce a portare la pioggia durante la siccità.
Messaggio tremendo, subito intercettato e veicolato dal mainstream occidentale e usato ovviamente contro Putin.
L’ideologo ha negato, ritirando subito il suo post: “L’Occidente ha iniziato a far credere che io e i patrioti russi ci siamo rivoltati contro Putin dopo la resa di Kherson, chiedendo presumibilmente le sue dimissioni. Questo non proviene da nessuna parte e si basano su un mio presunto messaggio cancellato. Nessuno ha voltato le spalle a Putin”.

Smentita a parte, resta la perplessità circa una decisione ambigua e opaca. Criticabile sia dai moderati sia dagli estremisti di Mosca. Per i primi, insufficiente ad avviare trattati seri con Kiev; per i secondi un autogol da non ripetere.
Dugin non ha ricordato a caso un antropologo, esperto di religioni, come Frazer. Infatti, una cosa è certa: i popoli, oltre a valori, impulsi di conservazione e di rinnovamento, hanno un Dna ben preciso. Che diventa molto spesso una regola storica. Come gli italiani strutturalmente oscillanti tra posizioni diverse e opposte, capaci di passare sempre da un fronte all’altro, pure i russi hanno una costante.

Quando vengono attaccati (da Napoleone, a Hitler) il loro patriottismo si traduce in una resistenza vittoriosa, preludio per fortunati contrattacchi. Ma quando si spingono verso Ovest, perdono (si pensi alla prima guerra mondiale), e i loro capi prima idolatrati, cadono dal trono: è la “sindrome di Nicola II”. Il Piccolo Padre, lo Zar di tutte le Russie, passato dai pieni poteri alla fucilazione e al massacro comunista della sua famiglia (la dinastia Romanov).

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