Pedofilia, primo rapporto Cei: 89 vittime nell’ultimo biennio

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«E’ ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia». L’affermazione di monsignor Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone della Cei, è tranciante e preannuncia un cambio di atteggiamento della Chiesa cattolica. Presentando il primo Rapporto sulle attività di tutela dei minori e delle persone vulnerabili nelle diocesi italiane, in merito alle segnalazioni di presunti abusi ricevute nel biennio 2020-2021, monsignor Ghizzoni precisa: «C’è una coscienza diversa, il vero cambiamento c’è stato nel momento in cui abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime, non dei sacerdoti o dell’istituzione. Abbiamo cominciato a cambiare stile, ma anche in Italia il reato di pedofilia è piuttosto recente, risale agli anni ’90, e sulla pedopornografia anche dopo, parliamo del 2000. C’è una presa di coscienza anche a livello culturale».

Il numero di episodi. Secondo il dossier il profilo dei 68 presunti autori di reato evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o responsabile dei gruppi estivi (grest); catechista; responsabile di associazione. Nel biennio in esame il totale dei contatti registrati da 30 Centri di ascolto è stato pari a 86, di cui 38 contatti nel 2020 e 48 nel 2021. I casi segnalati, anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 ultradiciottenni (adulti vulnerabile) e 12 sotto i 10 anni. Sono le donne la maggioranza delle persone ad essersi rivolte al Centro di ascolto (54,7%). I contatti sono avvenuti principalmente via telefono (55,2%) o, in misura inferiore, tramite corrispondenza online (28,1%). Il motivo del contatto è rappresentato dalla volontà di segnalare il fatto all’Autorità ecclesiastica (53,1%), dalla richiesta di informazioni (20,8%) o da una consulenza specialistica (15,6%), sottolinea il rapporto. La rilevazione puntualizza anche che il responsabile del Centro, in oltre due terzi dei casi, è un laico o una laica (77,8%). Meno frequente è la scelta di un sacerdote (15,5%) oppure un religioso o una religiosa (6,7%). Tra i laici prevalgono nettamente le donne, che quindi rappresentano i due terzi dei responsabili. Inoltre, nella maggior parte dei casi (83,3%), i Centri di ascolto sono supportati da una équipe di esperti. La sede del Centro di ascolto, infine, differisce quasi sempre dalla sede della Curia diocesana nel 74,4% dei casi.

La tipologia dei casi. E’ emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da palpeggiamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2). Le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%). Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%), si sottolinea. In seguito alla trasmissione della segnalazione all’Autorità ecclesiastica da parte dei Centri di ascolto, sono seguiti i provvedimenti disciplinari, seguiti da indagine e comunicazione al Dicastero per la Dottrina della Fede. Tra le azioni di accompagnamento delle presunte vittime, i Centri forniscono informazioni e aggiornamenti sull’iter della pratica (43,9%), organizzano incontri con l’Ordinario (24,6%), offrono un percorso di sostegno psicoterapeutico (14,0%) e di accompagnamento spirituale (12,3%). Ai presunti autori degli abusi, riferisce ancora il Rapporto, vengono proposti percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in comunità di accoglienza specializzata (un terzo dei casi rilevati) e percorsi di accompagnamento psicoterapeutico (circa un quarto dei casi).

L’analisi. «Qui si tratta di un reato e di un peccato gravissimo – aggiunge monsignor Ghizzoni – vogliamo fare giustizia, ma a noi preme anche che questi eventi non accadano più, vogliamo fare prevenzione e affrontare le nostre attività con tranquillità. Questo Report è il primo, ma abbiamo pensato di farlo ogni anno, abbiamo pensato di migliorare e far crescere le nostre attività di prevenzione». Non si è fatto attendere il commento di Rete l’abuso, l’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero: «Se contiamo che sono stati raccolti nei due anni durante i quali l’accesso agli sportelli è stato limitato per via del Covid e mancano i casi denunciati alla magistratura e alle associazioni, qui si parla di 89 casi segnalati tra il 2020 e il 2021. Come sottolinea il report, le segnalazioni fanno riferimento a casi recenti o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%). Possiamo quindi dire che almeno 45 casi siano quelli recenti (2020-2022), circa due casi al mese, che a noi non sembrano pochi».

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