Bozza-Calderoli. L’autonomia della Lega dal governo e il presidenzialismo della Meloni sulla Lega

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Rallenta il progetto di autonomia differenziata. Andrà avanti solo insieme al presidenzialismo e ai poteri di Roma-Capitale. Da adesso in poi, quindi, correranno in sincrono i tre progetti di riforma istituzionale, targati centro-destra, pur procedendo per strade separate.
Sembra una decisione ovvia, assolutamente normale, banale, se non fosse stata il risultato di un forte braccio di ferro interno al governo.

Abbiamo detto in varie occasioni che la spina nel fianco dell’esecutivo non è tanto la sinistra, imprigionata in una specie di “sindrome da Aventino” incapacitante, ma Salvini.
Con le sue roboanti, populiste, continue esternazioni, modello-Conte-1, si è messo di punta a rompere gli equilibri (e sicuramente insisterà sempre di più in questa strategia), al solo scopo di recuperare il consenso dentro la Lega, sceso dal 34%, ottenuto alle ultime europee, all’8%, conquistato a fatica il 25 settembre alle politiche.

Come noto, ha chiesto ai maggiorenti del suo partito di dargli fiducia “per un anno”. E a costo di minare la compattezza di Palazzo Chigi c’è da giurare che andrà avanti, rendendo difficile la vita alla Meloni che già ha tentato di calmarlo, ridimensionarlo (“quando parli almeno prima avvertici”).
E lo stop, per meglio dire, la frenata correttiva, alla bozza Calderoli sull’autonomia, è un primo significativo segnale in tale direzione.

Una bozza che rischiava, come scritta, di scontentare tutti, destra e sinistra, per ragioni opposte. Tante materie affrontate, dalla scuola alle infrastrutture, ma sul banco degli imputati un tema: la possibilità di rendere di fatto facoltativi i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni sanitarie, creando un solco devastante tra Nord e Sud e tra cittadini di serie “a” e di serie “b”.

Nessuna novità: è la solita visione dei governatori del Nord, in aggiunta alla loro impostazione storica: Stato centrale al minimo, autonomie al massimo. Con la Padania, motore economico, sociale (Welfare compreso) d’Italia.
Per ora i Fdi hanno bloccato l’iter del Ddl Calderoli, con riunioni a porte chiuse e con le Regioni. La soluzione adottata è collegare le autonomie al presidenzialismo e ai poteri di Roma Capitale. Un iter che non comincerà prima che sia andata in porto la legge di bilancio e probabilmente con la costituzione di una commissione bicamerale. Un modo per conciliare la spinta federalista con l’unità nazionale, Roma-capitale e il consenso parlamentare.

Ma la Meloni riuscirà a trovare sempre una quadra? Se è vero che l’autonomia regionale, battaglia identitaria dei leghisti, è parte integrante del programma vittorioso alle elezioni, è anche vero che il presidenzialismo, è un’altra mission intoccabile per Fdi.

E l’incontro tra i due modelli sembra essere la soluzione giusta. Basta non assistere a un film già visto. Bicamerali che lavorano e poi implodono, riforme morte prima di nascere, referendum che confermano o smentiscono scelte di maggioranze governative che vanno e vengono.
Col risultato che dalla fine della prima Repubblica, abbiamo avuto sistemi elettorali totalmente diversi (per Comuni, Regioni, politiche nazionali); siamo un pezzo di Repubblica parlamentare, un pezzo presidenziale (chi prende più voti governa), e un pezzo federale (la riforma dell’articolo V, che ha creato mille contenziosi tra Stato e Enti Locali, tra le materie di competenza esclusiva e concorrente).
Morale della favola, da Calderoli, a Fitto, a Lollobrigida e a Tajani, tutti contenti. Se son rose s-fioriranno.

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