Addio a Roberto Maroni: un leader “altro” fra Bossi e Salvini

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Dopo le elezioni politiche era tornato in campo, criticando Matteo Salvini per aver condotto la Lega sotto il 10%, invocandone le dimissioni e lanciando in pista come nuovo leader il governatore del Veneto Luca Zaia. E molti avevano pensato che stesse tornando in prima linea per guidare il fronte del dissenso interno al Carroccio e riportare la Lega alle origini.

Invece Roberto Maroni, ex ministro, ex segretario federale del partito ed ex governatore della Lombardia, stava già lottando con la grave malattia che lo ha portato via questa notte all’età di 67 anni.

“Questa notte alle 4 il nostro caro Bobo ci ha lasciato. A chi gli chiedeva come stava, anche negli ultimi istanti, ha sempre risposto ‘bene’. Eri così Bobo, un inguaribile ottimista. Sei stato un grande marito, padre e amico”. Queste le parole scelte dalla famiglia per annunciarne la scomparsa.

Una notizia caduta come un fulmine a ciel sereno, anche se ormai da diverso tempo Maroni aveva abbandonato la scena politica. E’ stata senza dubbio una figura fondamentale per la storia della Lega, ma anche per quella del centrodestra italiano. Perché senza di lui la storia politica degli ultimi ventotto anni, dal 1994 in poi, non sarebbe stata la stessa.

Fondatore della Lega Lombarda insieme ad Umberto Bossi (il Senatur era definito il padre e Maroni la madre), sulla scia degli insegnamenti dell’ideologo Gianfranco Miglio, lanciò in tempi non sospetti l’idea e il progetto dell’Italia federalista cavalcando il malcontento del Nord produttivo ed industriale contro l’assistenzialismo statale. Nei primi anni novanta i leghisti erano percepiti come i barbari pronti a calare su Roma per dividere il Paese, ma grazie agli scandali di Tangentopoli riuscirono a diventare il primo partito in Lombardia eleggendo addirittura il sindaco di Milano nel 1993.

Maroni è il numero due della Lega e nel 1994 entra nel primo governo guidato da Silvio Berlusconi come Ministro dell’Interno. Il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro non lo vuole, ritiene che non abbia sufficiente senso dello Stato, inizia un braccio di ferro con Berlusconi che alla fine la spunta. Il giorno del giuramento Scalfaro stringe la mano a Maroni con grande freddezza e lanciandogli contro con un severo sguardo ammonitore. Durante i primi mesi di governò si verificò il famoso incidente del Decreto Biondi, detto “colpo di spugna” che rimetteva in libertà molti arrestati eccellenti di Mani Pulite. Maroni sul principiò firmò il decreto insieme al guardasigilli Alfredo Biondi, poi quando ci fu la levata di scudi dei magistrati guidati da Antonio Di Pietro fece marcia indietro dichiarando di essere stato ingannato e di non sapere che il decreto avrebbe fatto uscire di galera i tangentisti. Fu molto criticato per questo, dentro e fuori il governo, ma alla fine l’incidente si chiuse con il ritiro del decreto.

Quando nel dicembre del ’94 Bossi decise di staccare la spina al governo perché Forza Italia stava succhiando troppi voti al Carroccio, Maroni cercò di scongiurare la rottura, si contrappose a Bossi, rifiutò di dimettersi da ministro come gli altri colleghi leghisti, dichiarò pubblicamente di non condividere la scelta del partito ma restò dentro, non guidò nessuna scissione come molti si aspettavano e si auguravano (Berlusconi in primis).

Negli anni seguenti Maroni, tradendo il suo stile misurato, si lascerà spesso trascinare da Bossi nelle battaglie secessioniste e nella lotta per l’indipendenza della Padania finendo anche al centro di inchieste giudiziarie per eversione e attentato alla Costituzione. Sarà però decisivo negli anni di governo del centrosinistra, fra il 1996 e il 2001, per ricucire con il centrodestra, grazie agli ottimi rapporti mantenuti con Berlusconi e Giulio Tremonti, riuscendo nell’impresa di far riconciliare il leader di Forza Italia con Bossi e riportare la Lega nel centrodestra berlusconiano; che nel 2001 tornerà a vincere. Sarà nuovamente al governo come Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali dal 2001 al 2006 e poi ancora nuovamente come Ministro dell’Interno dal 2008 al 2011.

La seconda esperienza al Viminale sarà caratterizzata dalle polemiche per i provvedimenti contro l’immigrazione clandestina, che costeranno spesso al ministro l’accusa di razzismo da parte dell’Europa e della sinistra, ma anche da una forte e rinnovata attenzione alla lotta contro la criminalità organizzata, che porterà spesso avanti con pugno fermo e determinazione anche contro gli stessi colleghi di governo (come quando chiese ad esempio con insistenza lo scioglimento per mafia del consiglio comunale di Fondi a maggioranza centrodestra). Ma sarà proprio durante gli anni di Maroni che saranno introdotti nuovi reati nel codice penale, soprattutto contro la violenza sulle donne o lo stalking e per la tutela dei minori.

Quando Bossi fu colpito da un ictus, Maroni diventò automaticamente il nuovo leader del Carroccio ma si trovò contro il cerchio magico bossiano composto dalla famiglia del Senatur e dai suoi fedelissimi che cercheranno di mantenere la guida della Lega. Cerchio magico che però ben presto finì al centro di inchieste giudiziarie che finiranno per coinvolgere direttamente anche il vecchio e malato leader. Sarà a quel punto che Maroni assumerà definitivamente le redini del partito, facendo piazza pulita dei fedelissimi di Bossi ma senza mai rompere con lui, anzi ribadendo in ogni occasione utile che il problema non era il fondatore, ma chi intorno lo aveva sfruttato per i propri interessi. In questo modo riuscì a mantenere il partito unito, di fatto riducendo Bossi ad un mero ruolo di padre nobile.

Dopo aver traghettato la Lega verso il congresso e averla consegnata nelle mani di Matteo Salvini, Maroni decise di dedicarsi interamente al suo incarico di governatore della Lombardia, e sarà questo l’ultimo ricoperto. Poi lascerà la guida del Pirellone ad Attilio Fontana e lui si ritirerà dalla politica attiva, senza tuttavia rinunciare a dire la sua sul dibattito interno alla Lega.

Fino appunto a due mesi fa quando tornerà in campo per suonare il de profundis a Salvini, la cui linea politica sovranista Bobo non ha mai condiviso, così come l’alleanza con l’estrema destra di Marine Le Pen in Europa. Molti in questi anni lo hanno indicato come il regista del dissenso interno, insieme a Giancarlo Giorgetti e ai governatori del Nord, come quello pronto a tornare in campo per riprendere in mano la bandiera della Lega del Nord e rilanciare le battaglie federaliste e autonomiste passate in secondo piano nella Lega salviniana. Forse chissà, se non fosse stato malato lo avremmo visto nuovamente in campo, a riprendersi in mano quella Lega che aveva creato e che Salvini ha di fatto scippato dalle mani dei dirigenti storici, per affidarla ad una nuova classe dirigente, in parte estranea alla Lega delle origini.

Di Maroni resta comunque il ricordo di un leader pragmatico, molto diverso tanto da Bossi che da Salvini, che ha fatto il ministro sapendo coniugare perfettamente le sue idee e i suoi valori di riferimento con il ruolo istituzionale, e senza mai confondere l’azione di governo con la propaganda elettorale. 

Un leader che ha saputo guidare e determinare i processi politici, in un’epoca in cui le strategie erano ancora il frutto di visioni ideologiche di lungo termine e la politica non era ancora soltanto questione di pancia.

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