Sull’autonomia Mattarella rimette l’elmetto

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Mattarella è di nuovo in trincea. Dopo la relativa pace dell’era Draghi il Presidente della Repubblica torna, come ai tempi del governo gialloverde, a mandare messaggi alla maggioranza per evitare che avanzi proposte di legge che il Quirinale dovrebbe rispedire alle Camere per problemucci tipo l’anticostituzionalità delle stesse.

È con questo spirito che la scorsa settimana Mattarella aveva parlato all’Anci, augurandosi che “la voce del Paese possa sempre esprimersi in modo compiuto e trovare ascolto”, ricordando i punti fermi della “garanzia dei diritti dei cittadini, che al Nord come nel Mezzogiorno, nelle città come nei paesi, nelle metropoli come nelle aree interne, devono poter vivere la piena validità dei principi costituzionali”.

Tradotto dal felpato quirinalese del presidente significa: non pensate neanche di approvare l’autonomia differenziata come l’avete finora presentata ai giornalisti.

Gli effetti non si sono fatti attendere: il ministro Roberto Calderoli, che della riforma-mito della Lega è sponsor e promotore, ha subito disconosciuto il testo circolato finora derubricandolo a semplice bozza, della quale “se ne riparlerà, vedremo”. Eppure il testo era stato presentato alla Conferenza delle regioni, un foro che suggerisce una certa ufficialità.

Comunque gli spunti per una seconda, e una terza, e una quarta revisione non mancano: per esempio il fatto che la decisione sulle ulteriori materie che andrebbero delegate alle Regioni verrebbero deliberate non dal Parlamento, ma direttamente dal Ministro (e meno male che questa è la maggioranza di quelli che reclamavano più poteri per i parlamentari), e una volta concessa l’autonomia sulle stesse lo Stato non avrebbe più alcun potere per avocarle di nuovo a sé. Il Bossi barricadero degli anni Novanta, quello che sbraitava di secessione e liberazione da Roma ladrona, non avrebbe potuto sognare di meglio.

L’altro problema, enorme, riguarda la questione dei fondi. Verrebbero erogati dallo Stato non in base alle reali necessità delle Regioni, che più sono povere più hanno bisogno di soldi – ma a quanto le Regioni hanno speso in passato. È ovvio quindi che a ricevere di più saranno le Regioni più ricche, da sempre in grado di disporre di fondi maggiori.

E potremmo andare avanti a lungo, dato che la riforma consentirebbe alle Regioni di assicurarsi il controllo totale di 23 materie oggi disciplinate dallo Stato da solo o in collaborazione con le stesse.

Insomma, più che di revisioni questa norma avrebbe bisogno di una riscrittura totale, come richiesto dal governatore della Campania Vincenzo De Luca, che parla di testo “inemendabile”, privo di ogni margine d’intervento. A questo proposito, va notato che anche i presidenti delle regioni guidate dal centrodestra, come Molise Basilicata e Calabria, si sono scagliate contro la riforma, che invece sembra incontrare il favore del candidato alla segreteria del Pd Stefano Bonaccini. Insomma, più che una sfida tra maggioranza e opposizione quella che si gioca è una vera e propria guerra del Nord contro il Sud.

La speranza è che si adoperi per evitare la battaglia non solo Mattarella, ma anche la premier Meloni che guida un partito nato sull’idea di unità nazionale. Forse le converrebbe cercare una sponda in Berlusconi, il cui fedelissimo Antonio Tajani ha assicurato che «l’autonomia differenziata non può essere differenziata nel senso che il Sud è diverso dal resto d’Italia. Forza Italia vuole che il Sud sia tutelato e possa beneficiare di quella che è la scelta di andare verso le riforme». Vediamo se due partiti che portano l’Italia nel nome riusciranno a tenere a freno le potenze centrifughe degli aspiranti staterelli settentrionali.

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