Ischia, quanto ci costano le emergenze e quanto si risparmierebbe in prevenzione

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L’Italia è un colabrodo e questo fatto purtroppo è sotto gli occhi di tutti. La tragedia di Ischia ci mette ancora una volta davanti all’evidenza di interi territori del Paese morfologicamente fragili, cui si sono aggiunti decenni di incuria, devastazione selvaggia, abusivismo edilizio e tanto altro ancora.

Fenomeni che vengono irrimediabilmente in superficie ogni volta che un evento calamitoso mette a nudo le illegalità diffuse, le carenze strutturali, l’assenza di manutenzione, il disinteresse per la cura del paesaggio, l’arte di fare i furbi costruendosi la casa dove non è possibile farlo, nei posti più impensabili e urbanisticamente proibiti, tanto una volta che il tetto è fatto ci sarà sempre il modo di farla franca.

Ebbene, l’insieme di tutte queste cattive abitudini ha fatto sì che l’Italia si sia trovata a spendere risorse ingenti nel corso degli anni per far fronte alle emergenze, purtroppo sempre più frequenti, provocate da alluvioni, frane, smottamenti, e chi più ne ha ne metta. Mentre abbiamo speso poco, quasi niente, in prevenzione.

Ma quanto si sarebbe potuto risparmiare se invece di dover affrontare le emergenze si fosse investito per prevenirle? Il Corriere della Sera ha provato a fare due conti e il risultato è letteralmente sconvolgente. Il rapporto è nientemeno che di 1 a 4. Sapete questo che vuol dire? Che spendiamo un euro sulla prevenzione del territorio contro i 4 che siamo costretti poi a dover investire sulla scia dell’emergenza per aiutare le popolazioni colpite dagli eventi calamitosi. I numeri parlano chiaro.

Secondo quanto calcolato dalla Piattaforma Rendis dell’Ispra, dal 1999 al 2022 sono stati spesi complessivamente circa 9,5 miliardi per mettere in sicurezza le aree a rischio idrogeologico. A ciò fa da contraltare quanto rivelato dai dati in possesso della Protezione Civile, che evidenziano come solo a partire dal  2013 siano stati spesi 13,3 miliardi per fronteggiare l’emergenza nelle zone colpite dalle calamità.

Il fatto è che, a leggere la mappatura delle aree a rischio si trema dalla paura, e c’è davvero da pregare che dopo Ischia non arrivi un’altra catastrofe da qualche altra parte, visto che le probabilità purtroppo sono abbastanza elevate. Ma è possibile che ci si debba affidare alla dea fortuna per stare al sicuro? Ovvero augurarsi che il peggio non accada? Perché, almeno sette milioni di italiani vivono in zone pericolose dove purtroppo si investe poco in prevenzione. E laddove la prevenzione si prova a farla, poi arrivano gli intoppi burocratici a rallentare le pratiche. Come si è scoperto nelle Marche dopo l’alluvione della scorsa estate dove proprio i ritardi nell’esecuzione delle opere sono state alla base di quanto avvenuto.

In queste ore scienziati, climatologi, ambientalisti stanno gridando ai quattro venti che quanto avvenuto è colpa della crisi climatica. Eppure ieri diversi giornali denunciavano i ritardi nell’adozione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici che da diversi anni, esattamente dai tempi del governo Gentiloni (dicembre 2016-giugno 2018) sarebbe pronto ma inattuato. C’ è chi dice che quel piano potrebbe scongiurare eventi estremi come quello avvenuto ad Ischia, o quantomeno contenere notevolmente le conseguenze su persone e cose. Lo stesso ministro Nello Musumeci ha lamentato come sia assurdo tenere quel Piano chiuso in un cassetto. E di conseguenza lo Stato continua a spendere almeno 1,48 di miliardi l’anno per fronteggiare i danni provocati da frane e alluvioni.

Il Corriere della Sera denunciava anche i ritardi nello sblocco dei fondi europei del Pnrr. Una fetta dei 70 miliardi destinata alla transizione ecologica è riservata agli interventi per prevenire il dissesto idrogeologico. Ma una volta arrivati, questi fondi saranno davvero risolutivi? E soprattutto, saranno sufficienti a mettere in sicurezza l’intero territorio?

Andiamo a vedere nei dettagli cosa prevede il tanto decantato Piano di Ripresa e Resilienza: di questi 70 miliardi, 2,5 sono destinati per la riduzione del rischio idrogeologico e 6 invece per l’efficienza energetica dei Comuni ai fini della valorizzazione del territorio. Appare evidente come su 70 miliardi disponibili, siano davvero briciole quelle dedicate effettivamente alla prevenzione dei rischi, come se alla fine si tratti di interventi di secondo piano rispetto a ben altre esigenze ritenute più importanti dalla Commissione Ue, ovvero la tanto sbandierata transizione green e digitale.

Allora viene spontaneo chiedersi: Chi ha stilato la lista delle priorità? Chi ha stabilito che il passaggio alle energie rinnovabili e al digitale sia prioritario per l’Italia rispetto alla manutenzione del territorio? Evidentemente le esigenze del nostro Paese non coincidono con quelle dell’Europa che ha approfittato delle drammatiche conseguenze economiche della pandemia per imporre ai Paesi che riceveranno gli aiuti la propria agenda ideologica, che però per quanto riguarda l’Italia sembra non tenere conto di quelle che sono le emergenze reali.

Adesso, visto che la tragedia di Ischia ha avuto così vasta eco anche in Europa (grazie al fatto che tanti ci sono venuti in vacanza), si spera che si possa prendere coscienza dell’oggettiva necessità di una rivisitazione del Pnrr, rivalutando le priorità e magari ricalcolando i criteri per la la redistribuzione delle risorse, per far sì che possano essere indirizzate su emergenze reali e non fittizie.

Il nuovo governo ha chiesto una revisione del Pnrr ma la risposta è stata che non è possibile rimettere in discussione l’impianto. Forse dopo quanto avvenuto ci potrà essere un ripensamento? Un’apertura? Almeno una disponibilità a discutere? Oppure tutto rimarrà come è stato scritto, con il risultato di ricevere le briciole laddove è in ballo la sicurezza delle persone e la tenuta stessa dei territori? A cosa possono servire 2,5 miliardi di euro quando come detto se ne spendono almeno 1,48 all’anno per far fronte ai danni di alluvioni e frane? 

Si ha tanto la sensazione che ad Ischia tocchi la stessa sorte capitata a tutte le altre aree del Paese colpite da eventi drammatici. Tanta solidarietà, tanti riflettori accesi sulle vittime e sulle cause del disastro, tanti slogan, tante belle parole, tante polemiche sulle responsabilità, tante chiacchiere sui soldi da investire e sulla prevenzione da fare, per poi con il passare dei giorni e delle settimane veder scemare tutto. Investendo altri miliardi da destinare agli aiuti e alla ricostruzione (sempre a passo di lumaca), attraverso la nomina dell’ennesimo commissario chiamato a gestire l’emergenza. Un’emergenza destinata a durare mesi, anni, addirittura decenni (vedi l’Irpinia). Fino alla prossima tragedia, quando scopriremo per l’ennesima volta la fragilità del nostro territorio, e riprenderemo a puntare il dito contro gli abusi, i paesaggi devastati, la prevenzione che non c’è stata e le regole non rispettate. E a prevedere l’ennesimo scostamento di bilancio perchè la sorte ci è stata ostile. Il brutto è che, fra tante belle parole e tanti buoni propositi, è proprio questa l’Italia che andrebbe cambiata e che invece rimane sempre terribilmente uguale a se stessa.

 

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