Nuova forma di Covid, parla Tarro: “Ma quale più aggressiva”

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E’ di nuovo allarme Covid. Sembra che dalla Cina e dall’Africa sia in arrivo una nuova variante che potrebbe essere più pericolosa e mortale di Omicron. Lo confermerebbe uno studio condotto in Sudafrica dall’Health Research Institute, l’istituto di Durban divenuto famoso per i risultati delle sue ricerche su Omicron. C’è da dire che si tratta di uno studio di laboratorio condotto su un solo caso, un paziente immunodepresso in quanto affetto da Hiv: restando nel corpo più tempo a causa della condizione dell’individuo, i ricercatori hanno notato che il virus inizialmente è mutato in una forma più mite, diventando poi molto più aggressivo, simile al ceppo originario di Wuhan, al termine di una serie di mutazioni. Per Alex Sigal, il virologo che ha guidato lo studio, questo non sarebbe semplice da spiegare “perché all’inizio il virus era più mite, tuttavia, in base ai parametri che abbiamo misurato, è diventato meno mite, dimostrando che l’evoluzione a lungo termine non sempre porta all’attenuazione”. Abbiamo chiesto un parere al professor Giulio Tarro, primario emerito dell’Ospedale Cotugno di Napoli, allievo di Albert Sabin, inventore del vaccino contro la poliomielite, e proclamato miglior virologo dell’anno nel 2018 dall’Associazione internazionale dei migliori professionisti del mondo.

Professore, dobbiamo preoccuparci? Cosa pensa di questo nuovo studio che arriva dal Sudafrica?

“Mi fido molto degli studi realizzati in Sudafrica, perché sono quelli che arrivano sempre con almeno tre mesi di anticipo rispetto ai nostri e lo abbiamo visto con le varianti di Omicron. Ciò premesso devo approfondire i contenuti di questo studio che mi sembra presenti alcuni aspetti da chiarire. Mi conforta però il fatto che i sudafricani hanno sempre agito con grande responsabilità e senza mai creare inutili allarmismi. Anzi, hanno sempre criticato noi occidentali che sul Covid abbiamo seminato il panico. Grazie a loro abbiamo compreso che le reinfezioni provocate dalle varianti, nonostante l’alto numero di contagiati, tutto sommato non hanno creato grossi danni grazie anche all’approccio terapeutico fondato sulle terapie orali. Loro hanno avuto tre milioni di infezioni sia di soggetti vaccinati che non vaccinati, e hanno sempre sostenuto che era assurdo fare allarmismo intorno ad un coronavirus che in tutto il continente africano non ha mai assunto i connotati della pandemia, ma soltanto quelli di un’infezione endemica”.

Quindi non c’è da preoccuparsi?

“Gli scienziati africani partono dal presupposto che la famiglia dei beta coronavirus cui hanno avuto origine la Sars, la Mers e il Covid, non ha causato mai grossi problemi. Penso che l’approccio sudafricano debba essere un punto di riferimento per noi ed un modello a livello mondiale. In un continente in cui c’è una popolazione più giovane che altrove, e dove si sono registrate un milione di vittime nell’area subsahariana a causa dell’Hiv, dovrebbe farci riflettere la tranquillità con cui hanno affrontato il Covid”.

Cosa non la convince di questo studio?

“Come ho già detto gli studi sudafricani sono stati sempre improntati alla prudenza. Io ho fatto anche un seminario in Sudafrica e ho contatti molto stretti con scienziati che operano in quelle zone. Ho avuto modo di vedere con i miei occhi che negli ospedali non c’era un solo paziente che non fosse sieropositivo. Ebbene, proprio loro che hanno conosciuto il flagello dell’Hiv non hanno mai guardato al Covid con i nostri stessi timori. Quindi inviterei alla cautela prima di lasciarsi andare a considerazioni allarmanti, visto che siamo di fronte ad uno studio di laboratorio condotto su un soggetto immunodepresso. Credo sia necessario andare piano con le ipotesi azzardate come ci insegna proprio l’esperienza sudafricana”.

In Cina però si sta registrando un consistente aumento dei contagi e c’è chi sta mettendo in evidenza il fallimento della strategia “zero Covid” perseguita dal regime di Pechino. Al punto che la gente è scesa in piazza contro i lockdown imposti dal governo.

“La Cina sin dall’inizio ha assunto un atteggiamento estremamente rigido nei confronti della lotta al Covid, discutibile quanto si vuole, ma sta di fatto che con questo approccio già a marzo del 2020 i cinesi erano tornati alla normalità mentre noi stavamo in piena emergenza. Non solo, nel maggio del 2020 quando la pandemia era già cessata hanno effettuato uno screening su tutta la popolazione di Wuhan riscontrando che i positivi non infettavano. Hanno quindi riaperto tutto all’interno bloccando le frontiere. Ogni volta che si è registrato un aumento dei contagi loro hanno riattivato le misure di contenimento e sono riusciti comunque a circoscrivere le aree a rischio. Noi abbiamo provato ad imitarli ma non abbiamo ottenuto gli stessi risultati anche perché abbiamo sempre agito in maniera improvvisata e non selettivamente”.

Ma allora se c’è tutta questa durezza, come mai i contagi aumentano? Per qualcuno è la prova che i vaccini prodotti in Cina non sono efficaci. E’ d’accordo?

“I cinesi non hanno usato i vaccini ad mRNA messaggero e su questo sono stati intelligenti perché hanno evitato di esporre la popolazione più giovane al rischio di tromboembolie. Hanno vaccinato prettamente gli anziani che sono i soggetti meno esposti al rischio di effetti collaterali. E’ naturale che si stia registrando un aumento dei contagi visto che questo per loro è il periodo di maggior sviluppo dei virus influenzali. Da sempre la Cina rispetto a noi è in anticipo con le influenze, è dalla fine dell’800 che questo avviene e non capisco sinceramente chi si stupisce di questo. Perché si vuole a tutti i costi creare il panico? Perché dobbiamo obbligare le persone a vaccinarsi un’altra volta? Con quali vaccini? Quelli che abbiamo conosciuto finora e che hanno dimostrato tutti i loro limiti, non proteggendo dal contagio ma anzi favorendo lo sviluppo delle nuove varianti? Negli Stati Uniti già da tempo ci sono stati pronunciamenti da parte di organi di garanzia dello Stato, ad iniziare dalla Corte Suprema, che pur non avendolo scritto testualmente hanno però fatto capire che  gli approcci ideologici assunti nei confronti della lotta contro il Covid non hanno avuto alcuna base scientifica e nessun senso logico, ma sono stati soltanto il prodotto di scelte politiche, dettate da virologi come Fauci che sono andati ben oltre gli aspetti etici e deontologici della professione medica. Questo dovrebbe farci riflettere”.

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