Disabile picchiato da bulli, Bruzzone: “Il carcere è poco. Cosa serve”

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Lo hanno aggredito in pieno centro, filmando tutto e postando poi il filmato in rete. Sono stati individuati i due giovani, poco più che ventenni, che lo scorso fine settimana hanno aggredito un disabile a Vigevano, lo hanno prima minacciato e poi malmenato. Un terzo soggetto presente sulla scena non ha agito ma si è soltanto limitato a riprendere l’aggressione. La vittima invocava aiuto e urlava: “Basta vi prego, perché mi fate questo?”. Gli agenti del commissariato cittadino hanno denunciato i due per lesioni personali e violenza privata. Nel filmato postato in rete si vedono i due aggressori avvicinarsi al giovane, colpirlo con diversi schiaffi e poi sottrargli il telefonino, forse per evitare che potesse dare l’allarme. Per diversi minuti il 25enne è rimasto in balia degli aguzzini fino a quando non è riuscito a sganciarsi e a fuggire a piedi, abbandonando la sua bicicletta. Abbiamo intervistato su questo grave fatto di cronaca la criminologa Roberta Bruzzone.

Ancora un caso di aggressione verso un soggetto fragile, filmato e divulgato in rete. Cosa significa? E’ sintomo di una voglia di sfidare tutto e tutti, forze dell’ordine comprese e dimostrare di non avere nemmeno paura di finire in galera?

“Qui dobbiamo tenere conto di diversi livelli di comunicazione. Siamo in presenza di soggetti che nell’esercizio della violenza trovano la ragione di vivere, quindi non dobbiamo stupirci di queste modalità di condotta. Dal loro punto di vista sono perfettamente lineari con la volontà di costituire un codice di tipo criminale. Queste persone, non soltanto non hanno alcun tipo di problema a comportarsi così, ma sentono pure il bisogno di veicolare i loro comportamenti per mandare all’esterno un messaggio molto chiaro; ovvero che lì comandano loro e non sono disposti a fermarsi davanti a nulla, nemmeno alla disabilità. Ci tengono a dimostrare che avere di fronte un soggetto debole, non soltanto non li ferma ma anzi li porta ad accentuare le condotte aggressive e distruttive. Il fatto di filmarsi è finalizzato ad affermare questo principio”.

Però il fimato è anche un boomerang perché diventa la prova per inchiodarli alle proprie responsabilità. Come se volessero autodenunciarsi. E’ così?

“In loro non esiste la paura di essere individuati e c’è anche il desiderio di sfidare la legge. Sanno bene del resto di non rischiare grosse conseguenze dal punto di vista penale, visto che per questo tipo di reati le pene non sono affatto severe. Il nostro codice purtroppo persegue queste condotte in modo sostanzialmente lieve. Lo sanno benissimo, e quindi per loro diventa ancora più facile inviare un messaggio di prevaricazione e sfida contro tutti coloro che osano mettersi di traverso, sapendo che il rischio alla fine è comunque minimo”.

Il disabile aggredito è stato scelto appositamente proprio in quanto soggetto fragile, oppure poteva toccare a chiunque altro?

“Lo hanno scelto appositamente perché, da quello che si è saputo, aveva reagito ad una precedente aggressione usando lo spray al peperonino. Lo hanno quindi cercato in primo luogo perché è un soggetto fragile, e in secondo perché dal loro punto di vista aveva osato sfidare il loro potere. Il fatto che la vittima fosse in evidente condizione di fragilità psichica non ha contato nulla rispetto alla necessità di dimostrare a tutti che chi osa sfidarli viene punito. E non li ha minimamente scoraggiati la vigliaccheria di scagliarsi contro un soggetto debole. Lungi dal considerarlo un gesto vigliacco hanno inteso mettere in atto il loro comportamento punendo la vittima per essersi sottratta alla precedente aggressione”.

Come si può intervenire concretamente? Aumentando le pene? Inserendo specifici reati nel codice penale?

“Sicuramente vanno introdotti dei reati ad hoc, ma non credo che il carcere sia la soluzione più adatta in questi contesti, perché il rischio è di ritrovarceli fuori dopo poco tempo, anche peggiori di come erano quando sono entrati. Sarebbe invece molto più utile introdurre delle pene alternative, come il prestare servizio in lavori socialmente utili, occupandosi di persone in condizioni di fragilità, ovviamente sotto stretta sorveglianza. Questi soggetti avrebbero così a che fare con persone in difficoltà, sperando che questo genere di esperienze possa, obtorto collo, spingerli a sviluppare quell’empatia di base che gli manca per diventare degli esseri umani a tutti gli effetti. Tenga conto che la maggioranza di questi soggetti ha problematiche legate al rapporto con gli altri, e soprattutto si tratta di persone che non hanno mai sviluppato una capacità empatica. Quindi fare del male ad un disabile, anziché bloccarli fornisce loro un’ulteriore motivazione per agire. Anziché affollare ulteriormente le nostre carceri, ritengo possa essere molto più utile avviarli ad esperienze socialmente utili, per cercare di ripristinare in loro una condizione di maggiore coerenza con la realtà. Molti di questi hanno infatti alle spalle nuclei familiari disfunzionali ed esperienze di vita deficitarie. La normativa oggi non offre grandi strumenti per punire adeguatamente queste condotte criminali, quindi va senza dubbio rivisto l’intero sistema sanzionatorio”.

 

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